La mia piccola vecchia signora

lunedì, 13 agosto 2007, 14:54


"Eternity"
Volto di donna anziana naturalmente impresso nella roccia.
Esposto al China Rare Stone Expo a Beijing.

A volte tutto il casino del vivere è solo questione d’aritmetica: modulistica e tempistica uniti in un’unica combinazione spermale, scintille di vita in un abisso di perché, come, quando ed altre piagnucolose domande tipiche dell’essere umano.

A volte tutto questo è solo questione di orari che si incrociano, menefreghismo e filosofia da fine impero; persone di carta crespa che ti guardano con i loro occhietti di bottone mentre prendi sempre lo stesso autobus, sempre con loro; tutto perfettamente uguale.

Uguale a cosa?

A tutto.

Mai una parola, un gesto, un “Buongiorno” / “Buonasera” come si diceva una volta, ai bei tempi, quando i treni arrivavano in orario.

L’indifferenza è la miglior virtù dell’uomo moderno.

Probabilmente da qualche parte un novello Prometeo si sta facendo sbudellare giornalmente per aver grattato agli Dei il loro più nobile segreto: fottersene del prossimo credendo che tutto il loro bel regno da bolla di vetro continui ad esistere così, di neve finta e leggere agitatine.

Ottima alternativa al tragitto circondato da spaventapasseri è l’auto ma il traffico mi consuma e così, per vecchia abitudine o semplice noia, guardo dentro le case delle persone, la loro assurda normalità nei gesti quotidiani, l’arredamento, quel lampadario che dona luce all’ambiente, l’intonaco che basta un soffio per farlo crollare imbiancando tutto con una spolverata alla vaniglia.

Alle sera, ora di cena, Parma, città di prosciutto & bella gente è alle mie spalle, tronfia e grassa come un maiale che si pasce nella propria merda inconsapevole che l’autunno si avvicina ed i coltelli si affilano per un’unica, indolore, stoccata chirurgica.

Utilitarie con una persona cadauna ronzano la loro musica a livelli disumani, sempre più alti, sempre più aggressivi e competitivi per non farsi schiacciare dal suono alieno di altre lamiere animate; la guerra dei bassi è al decimo chilometro e ne avremo ancora per un bel pezzo.

La radio continua ad inocularmi i suoi consigli per i miei acquisti in tutta coscienza: consumatori sì ma non un parvenue di poco conto, noi siamo il loro target primario, stanchi lavoratori con ogni tipo di capacità intellettiva sotto i piedi, pronti a subire consigli, intimidazioni o suggerimenti reiterati, pronti a pagare, morire o vivere per qualcosa, la differenza è roba di poco conto.

Ogni chilometro che percorro diventa gadget in uno squallido album di ricordi assolutamente privo di interesse; il mio brainstorming personale continua facendo cozzare idee ed osservazioni oggettivamente brillanti.

L’anno scorso da queste parti ho assistito ad un rogo di uno sfasciacarrozze: centinaia di auto che univano le loro ultime gocce di liquido vitale in un’orgia infiammata che, per un piccolo insulso momento, ha bruciato i cieli della provincia finendo come la migliore delle rivoluzioni: dimenticata dietro ad innocue frasi di circostanza.

Passato il rivenditore di auto di lusso e di puttane bambine, superato il Mc Donald con la sua chilometrica coda di casalinghe disperate e disposte a tutto pur di americanizzare la propria famiglia ecco che arriva il giro di boa del pellegrinaggio verso casa: il ponte.

Niente di speciale, davvero, è solo una vecchia striscia di mattoni e asfalto di cui non so nulla di preciso; quattro vecchi santi patroni perdono le loro lacrime nero smog nell’indifferenza del cantiere mafioso che prospera sulle rive del fiume, ogni tanto qualcuno sbanda, investe qualche immigrato ma nulla di che, niente per cui valga la pena scomodare la stampa locale.

Prima di tutto questo, dei muratori mafiosi e dei santi indifferenti; una manciata di metri prima sorge, letteralmente strappando alla collinetta ed al cemento il proprio spazio vitale, una piccola casetta bianca, tetto rosso, inferiate che hanno visto tempi migliori.

In questa frazione d’acceleratore, nel tempo di una bestemmia per un sorpasso o per il cambio di stazione alla radio, in questa porzione di qui e ora vive una vecchia signora triste.

La vecchia signora triste è un concetto di speranza e mancata felicità, quella vecchina che tutti vorrebbero avere come nonna ma che in pochi hanno il piacere di conoscere; la immagino sempre sola, al massimo con un paio di gatti, i figli lontani o sperduti alla ricerca di qualcosa che non avranno ed il marito morto da troppo tempo lasciando un vuoto troppo vasto per essere sostituito da una mezza dozzina di vibrisse.

Senza nessuna particolare ragione, per pura e semplice noia, fra una accelerata ed una bestemmia, appena prima del ponte, nel punto di massimo rallentamento di traffico serale, ci siamo studiati io e la signora.

Non un saluto, nemmeno un cenno, neanche un piccolo gesto del mento per confermare la presenza dell’altro nel rispettivo campo visivo, niente di niente insomma.

Nonostante questo noi avevamo il nostro appuntamento giornaliero, io e la vecchia signora triste.

Sapete, ho un debole per gli anziani con un certo fascino, con quel loro modo di vedere le cose da una certa distanza, con quella disarmante accettazione del mondo e dei suoi componenti; con quella luce negli occhi da partigiano, mondina, operaio, kapò.

Come ho già detto in precedenza adoro le persone con un piano e la mia vecchia signora, lei sì che di piano ne aveva uno.

Certo, magari non erano perfettamente rifiniti tutti i contorni del progetto ma sicuramente il suo posto era lì, vedetta e guardiana impassibile di piccoli uomini che si inseguono su un ridicolo circuito nero, ognuno con la sua piccola spider, ognuno con la sua fetta di sogno da carrozziere.

La vecchia signora triste ogni giorno compiva il proprio dovere con abnegazione russa, spaventata ma sicura dietro al vetro incorniciato di pizzo bianco della cucina piastrellata a motivi caldi, stile ’60; gli occhi piegati all’ingiù come un cinese nelle strisce umoristiche post-belliche americane, forse azzurri forse bianchi, forse semplicemente svuotati di ogni possibile colore, orbite a pellicola, guizzanti nella loro chimica missione.

Il suo maglioncino, una volta rosso vivo, infeltrito oltre ogni possibile salvezza incorniciava la sua figura pallida, anzi gialla, facendo risaltare la nuvola bianca di capelli afro ed un paio di gioielli di una bigiotteria spazzata via dal tempo.

Ho visto gli occhi della vecchia signora triste con la neve, fra fiocco e fiocco, con il suo volto esangue incorniciato da quei brandelli di cotone che colavano dal soffitto bianco e svogliato, con la nebbia era il mio faro dalle piastrelle colorate e nella pioggia si squagliava dietro ai vetri come plastilina nel microonde; i miei nei suoi ed i suoi nei miei, per un piccolo momento soli in tutto quell’inferno di accelerate e macchine da cambiali generazionali.

Giusto un paio di settimane fa tornavo dopo un esame con ancora in circolo l’adrenalina da omicidio: quel misto di carica sessuale ed aggressività che ti da una strisciata di coca; l’effetto stava svanendo in una nebbia di sonno, stanchezza e concetti che iniziavano a fare i bagagli per tornare da dove erano venuti in un epocale esodo di ritorno alla loro schiavitù cartacea, ebrei di parole che tornano in Egitto per farsi schiavizzare per un altro paio di generazioni.

Beh, Guardo la finestrella cercando gli occhi più vecchi del mondo ed al posto della vecchia signora triste c’è un vecchio signore tristissimo.

Colpo di scena e sbigottimento.

Gli occhi sono diversi, acquosi e di un castano bagnato e diluito, il vestito è perfettamente abbottonato, anche nella prima parte di luglio, a 35 gradi e con un’umidità del 90%; è il classico completo da funerale con tanto di gilet di lanetta, cravatta in tinta, cappello a falda larga e scarpe nere per le grandi occasioni.

Le nostre orbite si sono incrociate, esattamente come ai vecchi tempi, proprio come con la signora sola e triste.

Il vecchio stoico mi ha guardato con quella dignità e quel distacco assoluto, con la noncuranza dei barboni anziani e dei poeti in punto di morte, mi ha guardato dritto negli occhi e con quello che credo volesse essere un sorriso mi ha salutato con un atomico cenno del capo.

Ero così stupito da tutta la situazione che ho fatto proprio la figura del giovane sbruffone che non conosce le buone maniere, volevo ricambiare, magari con un saluto gentile ed un sorriso ampio e cordiale ma le macchine dietro suonavano e dovevo andarmene dal mio piccolo acquario personale, tutto qui, dovevo andarmene, il mio tempo l’avevo avuto.

In queste settimane sono spesso passato nella stessa strada, a velocità ridotta e con molta attenzione ai particolari, pronto a fotografare ogni indizio come un novello investigatore ma la verità è solo una.

La vecchia signora non c’è più, la porta e le finestre sono sbarrate, nessuna ciotola per gatti, nessun segno di vita.


Come in un finale triste di un film già visto, di una canzone già cantata, ora, con settembre alle porte, sento il freddo dell’inverno in un futuro poco distante e immagino come avrebbe reagito la mia vecchia signora ad una nevicata, fra quei fiocchi d’avena allo yogurt che planano coprendo tutto, imponendo la propria presenza con tirannica arroganza.

Pensando a questo, quasi giornalmente, imbocco la tangenziale esterna e, fra una traccia di un cd e l’altra, fra una bestemmia ed una accelerata, fuori non c’è nulla da vedere.

Solo un pallido cielo d’estate, dolorosamente disadorno ed uniforme.

C.W.

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