mercoledì, 25 aprile 2007, 15:28

L’allergia sta prendendo il sopravvento e nulla potrebbe andare meglio.
Bene, finiti i convenevoli, veniamo a noi.
Un paio di anni fa guardavo uno di quegli speciali che mandano a notte fonda su raitre, roba voluta fortemente da Ghezzi suppongo, beh, c’era questo documentario sulle prime trasmissioni televisive italiane e su come il popolino si rapportasse nei confronti di questo nuovo mezzo di comunicazione.
Visto che il ruolo di maestrino non mi compete la terrò il più breve possibile: la televisione arriva in Italia, paese sconfitto? Vincitore? Paese puttana in fondo, disposta a concedersi un po’ a tutti per un bicchiere di bianco ed un giro di tango.
Il nostro popolo, affamato e stracco dalla guerra, rincoglionito da promesse, affermazioni di imperi, tradito dai propri sovrani e dai giochi di potere è stato affidato a questo gorgo parlante che, almeno in un primo periodo, integrava quello che non era stato spiegato sui banchi di scuola.
E così aumentano le televisioni in ogni casa, una per il dottore poi una per il maestro di scuola poi una all’osteria e poi una per casa, per ogni casa italiana.
E così inizia a diventare oggetto di culto, altare di Visnu’ della sciura che ci mette sopra centrini su centrini su centrini, barche che si illuminano da Venezia, torri da Pisa, golfi da Napoli.
Arriva il 1959, anno in cui inizia la trasmissione giornaliera di “Non è mai troppo tardi” a cura di Alberto Manzi, lo scopo era educare e recuperare il popolo italiano con semplici lezioni dal tono semplice, familiare, per nulla altezzoso.
La prima televisione italiana è quindi, fra le più pedagogiche del mondo; il suo scopo è divertire informando, bombardando il teleutente con un’alfabetizzazione coatta, a volte soporifera ma di sicuro effetto.
Con i quiz di Mike Buongiorno l’Italia scopre anche il meccanismo che ricompensa la sapienza con il denaro, risposte in cambio di privilegi, viaggi, beni di consumo.
L’uomo diventa sfinge di sé stesso, si interroga e si concede offerte e doni, per placarsi, per riempire quel vuoto con intrattenimento a basso costo, con quello che sarà chiamato entertainment dagli americani, veri e propri colonizzatori del nostro midollo spinale, del nostro corpo celebrale.
Poi l’arrivo delle reti private, la transumanza di Telemilano in Canale 5, Silvio Berlusconi, Paolo Bonolis, Bim Bum Bam ed altri grotteschi pupazzi dal cuore impagliato che ridono, ridono, ridono.
Nel 2000 inizia il progetto “Grande Fratello”, vero e proprio Mosè fra realtà e merda, porta nelle nostre case prodotti come: Taricone, froci imbellettati che nascondono il loro palese essere, napoletani che parlano come stranieri che tentano di parlare italiano e poi il pianto, la tv del dolore.
E qui veniamo al punto.
Le persone, a vari livelli, credono di vedere il vero attraverso lo specchio della tv.
Anche io sono convinto, profondamente convinto, che dentro Emilio Fede ci siano viscere, ossa e sangue; credo fermamente nelle televendite, nella validità del Rotowash e nelle panche per addominali, credo persino alle liti in diretta, alle scazzottate fra vip, alle tette delle vallette, sempre floride come cornucopie.
Il punto non è esattamente questo.
Il fatto è che i miei genitori e non solo sono convinti di quello che dice la tv.
E non mi riferisco a notiziari, telegiornali o cose di questo tipo; io parlo del programma dedicato alla casalinga media, la signora di Rovigo.
Beh i miei genitori guardano Forum con lo stesso sguardo dei profeti nell’arte sacra, Santilicheri è il loro Dio, modello vecchio testamento: un onnipotente e vendicativo figlio di puttana immortale.
E così, seguendo il modello comportamentale dell’uomo-scimmia, imitando la natura e costringendo il proprio essere a piegarsi alla consuetudine, il gregge dei teledipendenti si muove e si adatta, si flette al palinsesto.
Di primo mattino la sveglia con un programma della rai: intrattenimento blando, informazioni mediche, qualche battuta ovattata, poche tette e ancora meno balletti, fronzoli al minimo.
A metà mattinata parte il programma simpatico per la casalinga che altrimenti sarebbe costretta a ingoiare ancora più pasticche contro il mal di testa, il mal di denti, la diarrea, la depressione, la vita. “La prova del cuoco”, “I fatti vostri”, “Hazard” ed altre stronzate si inseguono per lo schermo; soldi in cambio di attenzione, sponsor al gusto di mortadella, materassi comodi, auto che volano su staccionate da almeno 20 anni, attori che fanno più ridere da morti che da vivi, Magalli, il comitato-Dio.
Poi arriva il momento dell’invenzione peggiore del palinsesto televisivo: lo spazio che va dalle 12.00 alle 16.00.
Ogni famiglia si riunisce dopo una mattinata di lavoro, di studio, di fatica o di semplice vita vissuta, trascinata; i piatti sono in tavola ed i commensali si scambiano apprezzamenti sul caldo, sul parente morto di recente, sulla pasta scotta o il sugo annacquato.
Succede qualcosa: una sigla famigliare, il campanello di Pavlov, reazioni precise, fisiologiche, automatiche ed indistinte; tutte le bocche si chiudono, i discorsi cadono, abbandonati a loro stessi, muoiono nelle piccole pozze d’olio della minestra.
L’operaio dell’informazione usa il suo miglior tono quando legge, anzi no, sottolinea, quando ribadisce le parole: morti, sbranati, massacro, esplosione di pazzia, antisemita, kamikaze, bambino morto, necrofilia, pedofilia.
Dopo lo stupore, che dura poco meno di 5 secondi, la famiglia continua a mangiare, automaticamente, portando qualsiasi cosa fosse nel piatto alla bocca, sino ad esaurimento scorte.
Giorno dopo giorno cessa lo stupore, la rabbia, il gelo di fronte alla morte ed alla tortura; nulla scalfisce più la pellicola di normalità che avvolge ogni telespettatore dall’età della ragione in poi.
Nessuno si stupisce più di nulla, la morte diventa la normalità, l’idea di un dio qualsiasi viene catalogata come cialtroneria, notizia da mandare con un sottofondo comico, tipo Benny Hill.
Dopo aver acquisito la giusta idea di morte e la fatalità tipica dell’essere umano il telespettatore alla prima notizia di omicidio-suicidio si indigna, gli passa l’appetito, riflette, diventa bianco, chiede spiegazioni poi, rinuncia.
La volta successiva si limiterà a costernarsi continuando a mangiare e, tramite un graduale processo di raffinazione la macchina-industria-televisiva produce le sue gemme più preziose: gusci d’uomo, sembianti dall’aspetto nostalgicamente umano ma del tutto incapaci di farsi domande, perdere appetito, piangere.
Il riuscire a svuotare il piatto, evitando rapporti umani diretti e contatti con il mondo fisico, è, a mio avviso, il miracolo più grande che la televisione del dolore, del sangue e delle esecuzioni in diretta è riuscita a fare; non sarò così ipocrita da non dedicare a questa massiccia operazione di depersonificazione il mio plauso.
E così, come una favola pietosa, il nostro umanissimo protagonista ascende ad un livello di vita superiore, più superficiale si, ma di buon utilizzo per quel meccanismo di domanda e offerta che è il mondo che ci circonda.
Dopo il telegiornale, la mancata inappetenza ed il ritrovato rossore del viso ecco che arriva il punto della nostra discussione : il programma pomeridiano di approfondimento.
In poltrone rosse labbra di puttana sfilano, in ordine di edizione di reality: Platinette, Gino Paoli, l’imitatore di Berlusconi (o è Berlusconi?), il cadavere mummificato di Papa Giovanni Paolo II, psicologi e psichiatri platinati, tirati e strizzati in abiti firmati, vignettisti, rimasugli dello spettacolo e della canzonetta degli anni ’60.
Tutti sputano sentenze, pareri, interessanti filosofeggiamenti, citazioni di citazioni di citazioni di autori che non hanno letto.
- Il bullismo?
- Date ai bambini più sicurezza.
- Il terrorismo?
- Più integrazione.
- La guerra batteriologica?
- Non dovrebbe esistere.
- Anna Maria Franzoni?
- Una vittima dei media, poverina.
- Le torri gemelle?
- Sgomento, che brutta storia.
Mastrota pubblicizza il suo ultimo libro sui materassi, Gigliola Cinguetti gorgheggia dei valzer che puzzano di morte e vecchie ballerine si avvitano sulle loro anche malandate al ritmo di un rock che non capiscono.
Ed in tutto questo il teleutente medio che fa?
Questo è il vero punto della questione.
Il teleutente non solo ascolta ma assorbe.
Rende sua quella miscela di cazzate, di pareri e frasi buttate a metà; interiorizza la cultura popolare e ripete mentalmente le battute migliori, per la prossima cena aziendale.
Si segna su un foglietto il nome dell’autore di un libro: Oscar Uaild, Edgar Alan Po, Erman S.
Vede il mondo con gli occhi di vetro e acciaio che gli fornisce la televisione e sa.
Conosce.
Ora ha la verità in tasca, in comode supposte.
Ecco, gentlemen, ecco quello che vedo.
Ecco come i miei genitori si nutrono della televisione, vomitando di seconda sponda la loro bulimica scorpacciata su di me, preoccupandosi della musica che ascolto, di chi frequento, se mi sento appagato.
Si, mi sono sentito chiedere:
“ma ti senti appagato?”
“ma sentimentalmente sei stabile?”
“ma quello li non sarà mica Merilin Menson?”
“lo sai vero che la droga non è una soluzione?!”
Poi mi chiedono perché sono così acido, perché sono così dannatamente sarcastico, perché vorrei diventare ricco per comprare una velina e ucciderla a calci in culo, perché voglio vedere Mengacci che si cancella la faccia con l’olio per frittura, Costanzo che vomita sangue sugli ospiti, la De Filippi crocifissa durante un balletto.
La televisione è quello che vogliamo, ce lo dicono le statistiche.
Intrattenimento condensato, sogni ad intervalli regolari, il modo migliore per distrarre e comandare il popolino.
La nostra merda è cosa siamo.
Noi siamo la nostra televisione.
In fondo ci meritiamo tutto questo, e anche di peggio.
Arrivederci gentlemen, alla prossima!
C.W.

[…]
…c’è questa idea di Patrick Bateman, una specie di astrazione, che tuttavia non ha nulla a che vedere con chi sono veramente, è solo un’entità, un qualcosa di illusorio, e anche se riesco a nascondere il mio sguardo freddo e potete stringermi la mano e sentire la mia carne che stringe la vostra e magari potete anche immaginare che il nostro stile di vita sia simile: io semplicemente sono altro. E’ dura per me avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un prodotto, un’aberrazione. Sono un essere umano non accidentale. La mia personalità è abbozzata, informe, la mia crudeltà è radicata e persistente. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse tanto tempo fa (probabilmente ad Harvard) ammesso che siano mai esistite. Non ci sono più barriere da superare. Non me ne importa nulla di tutto quello che ho in comune con i pazzi e i deliranti, con i perversi e i malvagi, sono oltre tutto il dolore che ho causato e anche oltre la totale indifferenza che ho provato. Ciò nonostante, mi tengo ancora saldo a un’unica, squallida verità: non mi salva nessuno, non c’è redenzione per nessuno. Dunque non mi si può biasimare. Ogni modello di comportamento umano deve avere una sua validità. Il male sta in quello che sei? O in quello che fai? Il dolore che provo è costante, acuto, e non spero in un mondo migliore per nessuno. In realtà desidero infliggere agli altri il mio dolore. Non voglio che nessuno mi sfugga. Ma anche dopo aver ammesso tutto questo – e l’ho fatto innumerevoli volte, praticamente in ogni mia azione – e dopo essermi ritrovato faccia a faccia con queste verità, non c’è catarsi. Non ho acquisito alcuna conoscenza più approfondita di me stesso, e niente di nuovo può essere compreso in base al mio racconto. […]
Questa confessione non significa niente… […]
Wrote in tv , acide riflessioni
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