Viva la figu!

venerdì, 16 novembre 2007, 13:52

Ciao, grande uomo che mi facevi arrabbiare con la barba pungente e ti segnavo di no quando minacciavi di baciarmi, ma a cui affidavo fiducioso la mia protezione.

Ciao, piccola grande donna che sapevi sempre come consolarmi di cui cercavo ancora il seno e a cui affidavo fiducioso la mia cura.

Ciao, grande fratello, che aveva adottato come compagno di giochi e mi illuminavo quando ti vedevo tornare a casa.

Ciao, piccolo grande fratellino che mi facevi fare le cose più strane, spaventavamo la mamma ma mi divertivo da matti quando giocavo con te e ti piantavo dei bei morsacchi quando mi facevi i dispetti.

Oggi vi saluto tutti, e insieme a voi saluto tutti i grandi uomini e tutte le piccole grandi donne e tutti i fratelloni ed i fratellini di buona volontà accingendomi a diventare l’angelo che già avevo dimostrato di essere in terra.

Non mi sono sottratto alla sofferenza e non mi sono sottratto al sacrificio estremo.

Il messaggio che voglio lasciarvi, grandi uomini, piccole grandi donne e grandi fratellini:

FATE CHE IL MIO SACRIFICIO NON SI PERDA NELL’OBLIO.

FATE CHE IL MIO SACRIFICIO SIA UTILE AI VOSTRI CUORI.

FATE CHE IL MIO SACRIFICIO VI RENDA CONSAPEVOLI DELLA SACRALITA’ DELLA VITA UMANA, CON CUI NON SI PUO’ GIOCARE …. E A ME PIACEVA MOLTO GIOCARE.

Ciao mamma, ciao papà, ciao Abo, ciao Dado e un grande sorriso solare come sapevo fare a tutti voi che vi siete stretti a sorreggere la mia famiglia.

Tommy

Già, come no.

Il discorso del morto ai popoli della Terra, come in una seduta spiritica di fine XIX secolo, come negli acchiappafantasmi.

Sono certo che se Bruno Vespa avesse solo un po’ di fantagommina riempirebbe il suo salotto come e dove nessuno si è mai spinto sino ad ora, nemmeno con il plastico di Cogne.

Poi la genialità del tono da bambino innocente, ah, questo è il vero tocco d’artista, l’ombra agli angoli del volto della Gioconda, la fottuta frombola killer di Davide.

Va bene il dolore, va bene il cordoglio ma qualcuno crede ancora allo SPIRITO DEL BAMBINO MORTO CHE FA’ LA PREDICA ALL’UMANITA’?

Bene, benissimo.

D’altronde viviamo in un paese in cui il nostro parametro di giustizia è rappresentato dal Gabibbo.

E allora va bene così Tommy.

 Anzi no, non va bene così bambino morto, proprio per niente.

Senza rancore eh?!

Scusate ma tutta questa fregnaccia sulla beatificazione? Dell’angelo? Dell’ascensione al regno dei cieli?

Cioè mi state dicendo che basta essere assassinati in modo brutale per arrivare dritto con un calcio in culo da San Pietro con un posto in business class?

Cazzo, allora vedrò di andare a dar fastidio a qualche crocchio di rumeni spiegando con calma il mio parere sulla loro lingua alla Star Trek e sulla loro abitudine di vomitare di fronte al posto dove lavora mia madre.

E Annamaria Franzoni?
Una saint-maker per eccellenza!

Se hai un figlio di troppo e vuoi un santo in famiglia basta dare l’infante alla lacrimevole assassinare et voilà, capre, cavoli e lupi, tutti contenti a modo loro.

Come avrete già capito il testo in apertura altro non è che il contenuto della cartina collezionabile in edizione limitata che hanno fornito ai partecipanti al funerale di Tommaso Onofri.

Mica cazzi.

Un po’ come le mug di Elvis made in china in edizione limitata, con tanto di numero stampato e certificato di garanzia.

Mica cazzi.

Sono cose che domani acquistano un valore, cimeli di famiglia.

Mica cazzi.

Come tutte le carte a numero limitato l’elemento che contraddistingue questa serie è l’alta qualità, l’interesse per i particolari, il packaging accattivante.

Dietro l’elegante plastificazione dagli angoli arrotondati vediamo il volto di Tommaso in uno dei suoi migliori scatti dall’ormai famosissimo book angel’s face, il tutto incorniciato da un viticcio blu oltremare con tanto di occhielli con Padre Pio e Papa fuori conio, il vecchio Giovanni Paolo II.

 Facciamo un passo indietro.

Come ho ottenuto questo prezioso santino?

Da mia cugina mongoloide ovviamente.

Non è solo andata con tutta la sua famiglia pseudonormale al funerale per incontrare altre famiglie pseudonormali e scambiarsi commenti su come il mondo non sia più quello di una volta e magari farsi incorniciare dal nero mirino di Tv Parma con quel nuovo cappotto comprato in saldo che snellisce tanto i fianchi.

No.

Non si è limitata ad andare alla cazzo di fiaccolata in onore del bambino cercando disperatamente di sfoggiare nuovi luoghi comuni, nuovi cappotti e nuove lacrime da sputare in occasione del discorso del parroco che ringrazia i fedeli della partecipazione, dei genitori che ringraziano il parroco, della proloco che ringrazia l’assassino per la botta di vita che ha dato alla città.

No.

Non solo è andata in pellegrinaggio nel posto dove quel povero bambino si è preso una vangata in testa, ha vomitato un buon litro di sangue con il cervello che faceva cucù dalla faccia, ha rantolato ancora per una buona oretta per poi finalmente morire abbracciato dal freddo delle rive dell'Enza.

No.

Ha fatto pure un paio di foto, cercando non so quale dettaglio come un cazzo di detective di C.S.I. Las Vegas.

No.

E’ andata a prendere questo fottuto santino limited version in non so quale buco, strappandolo dalle legnose mani di vecchie annoiate, da rapaci artigli ipocriti e tentacoli di politicanti al loro primo funerale pubblico.

Ha messo in casa il suo prezioso tesoro, sempre in bella vista, sopra la tv, sospeso ad un portaspezie da rigattiere, in attesa che l’annoiato occhio di qualcuno cada sulla plastica arrotondata ai bordi e, stancamente, bofonchi qualche frase come “che peccato eh? Poverino …” o “cosa fanno sul 4? C’è Forum?” e poi nulla più.

 Credo che tutto il mio disgusto sull’argomento possa girare intorno ad un’unica, lapidaria frase:

 “Oh, c’hai figu?!”

- Celo, celo, celo, manca.

- Giochiamocela a biglie.

- No.

- A morra?

- No.

- Cosa vuoi allora? Un Papa Giovanni?

- Naaaaaaa quello ce l’hanno tutti! Onofri è molto raro, dammi almeno due Samuele.

E via così.

Con questa grande moda del funerale perfetto, dei ricordi da dare ai sopravvissuti alla propria stessa vita, dell’assoluta necessità, dell’ossessione di disperdersi; con tutte queste stronzate da uomo post-post-moderno c’è un mercato che solo pochi sanno vedere.

La parola chiave è book.

Vai in giro per le case e presenti a vecchi in odor d’arrivo, giovani malati di cancro e aspiranti suicidi con una splendida collezione di fotografie-santini-carte da gioco plastificate alla perfezione e incorniciate su misura.

Lamette, teschi e stelline per il giovane che si è tagliato i polsi, sul retro un pezzo dei Linkin Park.

Santi, Vergini e Papi per vecchi morti di vita, spenti da sé stessi.

Cornici semplici, marmoree, dorate per il morto ateo, sul retro frasi di scienziati eminenti, mangiapreti o poesiola da bacio perugina.

Modalità grande fratello, con bordi a mò di obbiettivo fotografico per la stella tv appassita, l’amante del palinsesto, l’usciere di Cologno Monzese.

E poi ancora meglio: l’album delle figurine collezionabili, scambiabili ed in edizione limitata.

Immaginate lo scompiglio nelle edicole e nei negozi specializzati con la morte di Biagi, la ragazza dell’Umbria, Guido Nicheli.

 E poi ancora pupazzetti col cordoncino che sciorinano le battute più celebri del defunto.

Un ciccionissimo e sorridente Pavarotti, quasi un pinguino deforme, che urla “Vinceròòòò”, “Non ho evaso il fisco”, “E’ un cancro”.

Gigi Sabani con giunture snodabili con occhi che si illuminano al buio ed un microchip che rileva il movimento circostante rendendolo capace di vomitare pessime imitazioni di personaggi più o meno noti: “Ehilà amici ascoltatori, allegria!”, “State bboni”, “Mi consenta”.

 Ancora meglio, ancora più commerciale, ancora più rispettoso nei confronti della vita umana che si spegne: il gioco di carte collezionabili.

Vai in edicola con i soldi rubati dalla borsetta di nonna e giù a dar la possibilità di pagare le rate di una pessima auto finto-ricca ad un pessimo commerciante che ricambierà con un pessimo ghigno di gratitudine.

Collezionale tutte!

Bambino della nuova era: minaccia di dare più attenzioni a tua madre separata per avere le carte collezionabili dei morti!

Bambina: allarma i genitori con un accenno di puttanaggine per avere un nuovo pacchetto di carte collezionabili dei morti!

Mamma, Papà: se non volete che la vostra separazione sia uno choc eterno per le vostre povere creature comprate a iosa le carte collezionabili dei morti!

Fallito trentenne: uccidi quell’inutile scrofa paraplegica di tua madre e rubale ogni avere per dare un senso alla tua vita con le cartecollezionabili dei morti!

(la nostra società declina ogni responsabilità per furto-omicidio-truffa assicurativa perpetrata al fine di acquistare le CARTE COLLEZIONABILI DEI MORTI, non invitiamo nessuno a seguire i nostri consigli né quelli di nessun altro. Dio non esiste. Adorate il grande idolo serpente. Aut. Min. ric.)

 

E via così.

Senza offesa eh bambino morto?!

Ma qualcuno scambia un Tommy con un Biagi?

 

Giochiamocela a biglie.

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Aut. Min. Ric.

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Come un begatino con le ali di carta stagnola

sabato, 06 ottobre 2007, 00:58

Questo post è stato prima esaminato e poi suggerito dal mio caro compagno di studio P.

Grazie per avermi dato la possibilità di aggiornare il mio blog.


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DISCLAIMER:

Caro amico/a che provieni dalla vita reale, se ti senti offeso/a dalle situazioni qui raccontate non è colpa di nessuno; prendo ispirazione da ciò che mi sta intorno e, come tu ben sai, viviamo in un mondo popolato da persone orrende, me ed il mio spirito d’osservazione sopra tutti.

Ridi con me quindi, è l’unico modo per venirne fuori.

Se vuoi offenderti, beh, non so che dirti.

Caro/a lettore/lettrice che hai tanta voglia di rompermi le palle ti ricordo che questo post prende in analisi solo gli aspetti più assurdi e sgradevoli del vivere umano, nello scritto, come in tutto il resto del blog non sono nemmeno citate le buone persone e gli atteggiamenti corretti.

Qui si generalizza e si punta al pessimo per puro gusto di fare snorkeling nella merda umana.

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Questo argomento, signori miei, merita senza ombra di dubbio la nostra attenzione.
Che succede, in realtà quando una coppia “storica” si divide?

Pianti, lacrime, tradimenti svelati, rinfacciamenti vari, qualche porta sbattuta e magari un paio di schiaffi volanti a metà muso.

Quello che voglio approfondire con questo intervento non è il prima ma il dopo, quel periodo bianco in cui succede un po’ si tutto, durante il quale ogni cosa vale, un po’ come a Carnevale ma con molte, molte più maschere ridicole.

E’ necessario operare una discriminazione fra le diverse donne che si ritrovano sole dopo un rapporto degno di essere chiamato tale.

1) C’è quella che, schiacciata dal passato, dalle privazioni, dal nulla metafisico nel quale galleggiava nel precedente rapporto compie una scelta di campo, prende il destino fra le mani e decide di dare via la figa come il pane.
Anzi no, non come il pane che mi dicono essere aumentato di prezzo.
Beh, il senso l’avete capito.
Questo tipo di donna-fornaio attrae un nugolo di spasimanti che nemmeno Renzo Tramaglino a Milano con gli assalti ai forni.
E se il deterrente alla fame popolare sono le brioches allora in questo caso al volgo toccherà il culo, la bocca o ahimè, un paio di mani volenterose.
D’altronde si sa, del maiale non si butta via nulla e finché è stagione si deve prendere dalla natura finché ce n’è.
Fra dimostrazioni d’affetto tradotte in pompini e gesti di cristiano amore che finiscono in ostie del giorno dopo il destino della nostra volenterosa è segnato: dopo un bel po’ di carità data o ricevuta si troverà sola o peggio, accompagnata da un cavaliere d’altri tempi che mai capirà perché al loro passaggio per la viuzza centrale si scatenerà un pogo di gomitate a mezzo busto.


2) C’è quella che ha mollato e, tremendamente afflitta dal dramma interiore dell’abbandono inferto al tenero cuore del compagno, si fa una bella mangiata a bocca aperta con gli avanzi della cerimonia funebre dell’ex.
Il destino per la nostra regina di cuori è più che mai roseo: con questo stratagemma della liana avrà una vita costantemente occupata da badanti sottopagati, sottoscopati e, soprattutto assunti con contratto co.co.pro.


3) Per dover di sintesi passiamo infine alla terza tipologia di donna “sola”, questa ultima per circostanza ma non per pericolosità è il mocassino acquatico del mollamento, la sposa in giallo che non vuole vendere Puma onestamente inguardabili né abitare i sogni erotici di ogni feticista, questa monaca di Monza di noatri vuole spargere il suo “profumo”.

Ecco, questo termine che in apparenza può sembrare vuoto e privo di un contesto in realtà è la perfetta sintesi di quello che succede quando una donna sola, mediamente carina, con una basilare conoscenza della lingua parlata e praticata decide che è il momento delle decisioni irrevocabili: uscire in una compagnia di soli maschi.

Una volta presa questa decisione non serve certo un’alleanza con la Germania nazionalista per mandare tutto a puttane: la donna in questione diventa il centro caldo e succoso di un mondo di valletti, autisti ed apprendisti psicologi attentissimi a disagi interiori, pianti e depilazioni del pube dell’interessata.

E’ l’effetto “corte dei miracoli” che tanto si teme in ogni società evoluta: il totale servilismo volontario di un gruppo di uomini nei confronti di una donna-dea a loro superiore sotto ogni punto di vista.

Non per smerdare l’impresa di Ulisse ma i Proci, oltre ad essere vittime di un increscioso gioco di parole, non mi sono mai sembrati delle aquile sotto il punto di vista dell’iniziativa personale o della guerriglia psicologica.

E’ appunto questo di cui intendo parlare e su cui mi intendo soffermare: la disperata, comica, drammatica, inutile vita attorno ad una donna sola ed in cerca (ma con tutta la calma del mondo) del prossimo principe azzurro.

La storia è sempre quella: esistono gruppi di maschi che, più per necessità che per virtù, creano una piccola società primitiva basata su sfottò, bevute, divertenti serate passate a guardare le ragazze degli altri o a guastarsi gli occhi con giochi multimediali per console o semplici passatempi manuali old school.

In tutta questa devastazione giunge dal deserto, a passo lento e cadenzato, una ragazza che ha deciso, indipendentemente dalla volontà dei singoli individui, di diventare non solo membro ma fulcro vitale di quel consorzio umano.

E così, timidamente, la nostra donna mette in mostra tutto ciò che Satana le ha donato: un paio di occhi, due gambe della stessa lunghezza, due seni quasi identici fra loro e, stando alle leggende, una vagina totalmente funzionante, come quelle di internet.

L’uomo, nella sua integrità morale e nel suo disperato bisogno di riprodurre la sua specie, non può rimanere indifferente a tutto questo e lotta per avere il boccone migliore con ogni mezzo lecito a sua disposizione.

Questa guerra per l’amor cortese avrebbe anche risvolti vagamente romantici se non fossero finite almeno 3 o 4 epoche d’oro dell’umanità; l’unica cosa che rimane quindi al maschio moderno è la mimesi.

Non ditemi che avete assistito a qualcosa di peggiore perché la decapitazione di un reporter per mano di un paio di talebani incazzati è un crimine sicuramente meno degradante rispetto alla totale, assoluta, indiscriminata e irreversibile perdita di personalità e anima per concupire una donna.

LA donna.

L’UNICA ED ASSOLUTA DONNA.

Fino a che, ovviamente, non arriverà un’altra creatura delle sabbie da depredare.

So che fra di voi si annida qualche poetastro dell’ultim’ora che freme alla possibilità di sciorinare frasi come “è il dominio dei sensi sulla carne e lo spirito”, “per amore si fa tutto, anche la cosa più abbietta e comunque rimane tutto un grande e bellissimo balletto”; non diciamo cazzate.

Nessuna frase ad effetto potrà salvare la realtà dei fatti, nessun poeta russo potrà giustificare con il suo stupido suicidio tutto ciò, niente di niente può minimamente ridimensionare questa eutanasia di coglioni, anima e cervello.

E così un buon osservatore riesce ad assistere alla corsa degli ormoni verso quel monte spugnoso e giallognolo che assicurerà ad un missile fortunato la possibilità di mandare a fare in culo la propria sorgente una quindicina d’anni dopo il fattaccio.

Quello che riesce a vedere una persona in una situazione come questa ha del meraviglioso; se, per una coincidenza assolutamente fortuita, alla radio si sente un pezzo di Chopin allora eccolo, pronto e scattante, decantare la sua immensa conoscenza del repertorio classico.

E poco importa se nel frattempo si dicono assurdità come: “Ah per me Scioppèn è uno dei più grandi violinisti parigini di tutti i tempi” o “Sarebbe fantastico andare alla Scala di Milano per un concerto di Scioppèn”.

O anche, parlando distrattamente di musica: “oh ma non sarebbe bello andare a sentire i GruppoCheNonSiInculaNessunoECheHoCitatoPerFareIlFigo? Ho sentito che fanno un concerto a Detroit fra 20 giorni, che dite? Prenoto un biglietto low cost? Tanto che ci vuole?”

Arte figurativa: “Ah si, la natura intrinseca di questo quadro mi ricorda l’ultima cena di Giotto, la pennellata, la profondità del colore, è tutto molto espressionista con un accenno di tardogotico e solo una spruzzata di ermetismo”.

Ecco un’altra caratteristica del nostro uomo: la tuttologia e l’assoluta mancanza di aderenza alla realtà.

Come il buon Fantozzi dell’omonimo film il nostro uomo medio tenta di darsi un valore gonfiando ogni concetto ben oltre la normale soglia di tollerabilità, inanella talmente tante cazzate consecutive da far sfigurare Sonic.

Nel tentativo di sembrare edotto nell’argomento in questione il nostro rilancia, duplicando, triplicando ogni posta in gioco; è così che ogni frase si trasforma in una bomba a grappolo di merdate irrealizzabili, è quindi assolutamente normale assistere a pianificazioni nel dettaglio per un corso di sopravvivenza nei boschi, crociere in altissima stagione per le isole del Pacifico, pellegrinaggi alla scoperta di sé stessi, tour alla ricerca delle ossa di Santa Rugginella da Gubbio.


Mi dispiace ma la cosa non finisce qui, il tratto principe del nostro eroe sta appunto nella sua assoluta capacità mimetica, un dono ricevuto da Dio che gli permette non solo di sembrare una persona diversa ma di DIVENTARE UN’ALTRA PERSONA in poche, semplici, mosse.

E’ in questa fase che il sublime tentativo di trombare dell’uomo medio raggiunge il suo massimo dimenticando, una volta per tutte, le ultime vestigia di morale e dignità.

E’ quella lama invisibile che divide il bozzo dalla farfalla a fare la differenza fra un begatino ed uno degli esseri più belli in natura; perché nel nostro caso le cose dovrebbero essere diverse?

In un parossismo di annullamento ho visto persone acquistare, per quanto possa sembrare assurdo, personalità: la comparsa nella propria vita diventa improvvisamente appassionato di teatro, il grigio impiegato informatico gradisce d’un tratto l’origami, il triste e depresso fallito figlio di papà e mamma trova un lavoro di cui lamentarsi nei weekend.

Se la tipa è interessata di fotografia giù di foto assurde e rigorosamente in bianco e nero.

Se la tipa è interessata alla letteratura giù di libroni russi e pastoni bignameschi sul best of degli ultimi due secoli di produzione.

E così nascono blog per dimostrare, ostentare.

E così si diffondono pezzi orrendi, foto inguardabili, canzoni improponibili.

Nel suo salto mortale l’equilibrista dimentica il suo contatto col suolo e, fino a che Dio vorrà, rimarrà lì, sospeso nel nulla credendosi la più nuova creatura del Creato.


Fino a che Dio vorrà.


O fino a che la tizia non glielà mollerà.

 
Una delle due, vedete un po’ voi.

 
C.W.


P.S.: Non ho trovato nessuna immagine adeguata al contesto ma sono sicuro che mi saprete suggerire qualcosa postandolo nei commenti, altrimenti beh, ci metto un paio di tette e siamo tutti contenti!

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Waiting for a post...

lunedì, 01 ottobre 2007, 11:23

Ecco si, salve, buongiorno genltemen.

Per vostra informazione sto scrivendo un post piuttosto acido sui problemi di coppia nel mondo d'oggi che vedrete pubblicato a breve, come la mia stupida vita me lo permetterà.

Intanto mi sono reso conto che ho sbagliato molto nella mia vita, in particolar modo per quanto riguarda il blog.


Perché cerco argomenti interessanti?

Perché tento di creare un dialogo, una polemica, un confronto?

Perché non pubblico foto di culi in bianco e nero spacciandoli per arte?

Perché non racconto solo i cazzi miei?

Perché non copio testi di canzoni, film e libri per elevarmi culturalmente?

Perché non invoco il potere delle fate, degli angeli, dei tarocchi, delle nonne morte, delle nuvole e di tutte queste stronzate?

Non lo so.

L'unica certezza è che il Joker esiste.
Ed ha un blog.


almetta.splinder.com/
Altri riferimenti:

willafoto.splinder.com/

sapana.splinder.com/

sognoxnotte.splinder.com/


A presto signori, con nuove, divertenti, fantasmagoriche, avventure del vostro eroe.

Sinceramente e con immutata stima
C.W.

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EDIT:



(ho bisogno di un nuovo hobby)

Wrote in mondo di internet
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La mia piccola vecchia signora

lunedì, 13 agosto 2007, 14:54


"Eternity"
Volto di donna anziana naturalmente impresso nella roccia.
Esposto al China Rare Stone Expo a Beijing.

A volte tutto il casino del vivere è solo questione d’aritmetica: modulistica e tempistica uniti in un’unica combinazione spermale, scintille di vita in un abisso di perché, come, quando ed altre piagnucolose domande tipiche dell’essere umano.

A volte tutto questo è solo questione di orari che si incrociano, menefreghismo e filosofia da fine impero; persone di carta crespa che ti guardano con i loro occhietti di bottone mentre prendi sempre lo stesso autobus, sempre con loro; tutto perfettamente uguale.

Uguale a cosa?

A tutto.

Mai una parola, un gesto, un “Buongiorno” / “Buonasera” come si diceva una volta, ai bei tempi, quando i treni arrivavano in orario.

L’indifferenza è la miglior virtù dell’uomo moderno.

Probabilmente da qualche parte un novello Prometeo si sta facendo sbudellare giornalmente per aver grattato agli Dei il loro più nobile segreto: fottersene del prossimo credendo che tutto il loro bel regno da bolla di vetro continui ad esistere così, di neve finta e leggere agitatine.

Ottima alternativa al tragitto circondato da spaventapasseri è l’auto ma il traffico mi consuma e così, per vecchia abitudine o semplice noia, guardo dentro le case delle persone, la loro assurda normalità nei gesti quotidiani, l’arredamento, quel lampadario che dona luce all’ambiente, l’intonaco che basta un soffio per farlo crollare imbiancando tutto con una spolverata alla vaniglia.

Alle sera, ora di cena, Parma, città di prosciutto & bella gente è alle mie spalle, tronfia e grassa come un maiale che si pasce nella propria merda inconsapevole che l’autunno si avvicina ed i coltelli si affilano per un’unica, indolore, stoccata chirurgica.

Utilitarie con una persona cadauna ronzano la loro musica a livelli disumani, sempre più alti, sempre più aggressivi e competitivi per non farsi schiacciare dal suono alieno di altre lamiere animate; la guerra dei bassi è al decimo chilometro e ne avremo ancora per un bel pezzo.

La radio continua ad inocularmi i suoi consigli per i miei acquisti in tutta coscienza: consumatori sì ma non un parvenue di poco conto, noi siamo il loro target primario, stanchi lavoratori con ogni tipo di capacità intellettiva sotto i piedi, pronti a subire consigli, intimidazioni o suggerimenti reiterati, pronti a pagare, morire o vivere per qualcosa, la differenza è roba di poco conto.

Ogni chilometro che percorro diventa gadget in uno squallido album di ricordi assolutamente privo di interesse; il mio brainstorming personale continua facendo cozzare idee ed osservazioni oggettivamente brillanti.

L’anno scorso da queste parti ho assistito ad un rogo di uno sfasciacarrozze: centinaia di auto che univano le loro ultime gocce di liquido vitale in un’orgia infiammata che, per un piccolo insulso momento, ha bruciato i cieli della provincia finendo come la migliore delle rivoluzioni: dimenticata dietro ad innocue frasi di circostanza.

Passato il rivenditore di auto di lusso e di puttane bambine, superato il Mc Donald con la sua chilometrica coda di casalinghe disperate e disposte a tutto pur di americanizzare la propria famiglia ecco che arriva il giro di boa del pellegrinaggio verso casa: il ponte.

Niente di speciale, davvero, è solo una vecchia striscia di mattoni e asfalto di cui non so nulla di preciso; quattro vecchi santi patroni perdono le loro lacrime nero smog nell’indifferenza del cantiere mafioso che prospera sulle rive del fiume, ogni tanto qualcuno sbanda, investe qualche immigrato ma nulla di che, niente per cui valga la pena scomodare la stampa locale.

Prima di tutto questo, dei muratori mafiosi e dei santi indifferenti; una manciata di metri prima sorge, letteralmente strappando alla collinetta ed al cemento il proprio spazio vitale, una piccola casetta bianca, tetto rosso, inferiate che hanno visto tempi migliori.

In questa frazione d’acceleratore, nel tempo di una bestemmia per un sorpasso o per il cambio di stazione alla radio, in questa porzione di qui e ora vive una vecchia signora triste.

La vecchia signora triste è un concetto di speranza e mancata felicità, quella vecchina che tutti vorrebbero avere come nonna ma che in pochi hanno il piacere di conoscere; la immagino sempre sola, al massimo con un paio di gatti, i figli lontani o sperduti alla ricerca di qualcosa che non avranno ed il marito morto da troppo tempo lasciando un vuoto troppo vasto per essere sostituito da una mezza dozzina di vibrisse.

Senza nessuna particolare ragione, per pura e semplice noia, fra una accelerata ed una bestemmia, appena prima del ponte, nel punto di massimo rallentamento di traffico serale, ci siamo studiati io e la signora.

Non un saluto, nemmeno un cenno, neanche un piccolo gesto del mento per confermare la presenza dell’altro nel rispettivo campo visivo, niente di niente insomma.

Nonostante questo noi avevamo il nostro appuntamento giornaliero, io e la vecchia signora triste.

Sapete, ho un debole per gli anziani con un certo fascino, con quel loro modo di vedere le cose da una certa distanza, con quella disarmante accettazione del mondo e dei suoi componenti; con quella luce negli occhi da partigiano, mondina, operaio, kapò.

Come ho già detto in precedenza adoro le persone con un piano e la mia vecchia signora, lei sì che di piano ne aveva uno.

Certo, magari non erano perfettamente rifiniti tutti i contorni del progetto ma sicuramente il suo posto era lì, vedetta e guardiana impassibile di piccoli uomini che si inseguono su un ridicolo circuito nero, ognuno con la sua piccola spider, ognuno con la sua fetta di sogno da carrozziere.

La vecchia signora triste ogni giorno compiva il proprio dovere con abnegazione russa, spaventata ma sicura dietro al vetro incorniciato di pizzo bianco della cucina piastrellata a motivi caldi, stile ’60; gli occhi piegati all’ingiù come un cinese nelle strisce umoristiche post-belliche americane, forse azzurri forse bianchi, forse semplicemente svuotati di ogni possibile colore, orbite a pellicola, guizzanti nella loro chimica missione.

Il suo maglioncino, una volta rosso vivo, infeltrito oltre ogni possibile salvezza incorniciava la sua figura pallida, anzi gialla, facendo risaltare la nuvola bianca di capelli afro ed un paio di gioielli di una bigiotteria spazzata via dal tempo.

Ho visto gli occhi della vecchia signora triste con la neve, fra fiocco e fiocco, con il suo volto esangue incorniciato da quei brandelli di cotone che colavano dal soffitto bianco e svogliato, con la nebbia era il mio faro dalle piastrelle colorate e nella pioggia si squagliava dietro ai vetri come plastilina nel microonde; i miei nei suoi ed i suoi nei miei, per un piccolo momento soli in tutto quell’inferno di accelerate e macchine da cambiali generazionali.

Giusto un paio di settimane fa tornavo dopo un esame con ancora in circolo l’adrenalina da omicidio: quel misto di carica sessuale ed aggressività che ti da una strisciata di coca; l’effetto stava svanendo in una nebbia di sonno, stanchezza e concetti che iniziavano a fare i bagagli per tornare da dove erano venuti in un epocale esodo di ritorno alla loro schiavitù cartacea, ebrei di parole che tornano in Egitto per farsi schiavizzare per un altro paio di generazioni.

Beh, Guardo la finestrella cercando gli occhi più vecchi del mondo ed al posto della vecchia signora triste c’è un vecchio signore tristissimo.

Colpo di scena e sbigottimento.

Gli occhi sono diversi, acquosi e di un castano bagnato e diluito, il vestito è perfettamente abbottonato, anche nella prima parte di luglio, a 35 gradi e con un’umidità del 90%; è il classico completo da funerale con tanto di gilet di lanetta, cravatta in tinta, cappello a falda larga e scarpe nere per le grandi occasioni.

Le nostre orbite si sono incrociate, esattamente come ai vecchi tempi, proprio come con la signora sola e triste.

Il vecchio stoico mi ha guardato con quella dignità e quel distacco assoluto, con la noncuranza dei barboni anziani e dei poeti in punto di morte, mi ha guardato dritto negli occhi e con quello che credo volesse essere un sorriso mi ha salutato con un atomico cenno del capo.

Ero così stupito da tutta la situazione che ho fatto proprio la figura del giovane sbruffone che non conosce le buone maniere, volevo ricambiare, magari con un saluto gentile ed un sorriso ampio e cordiale ma le macchine dietro suonavano e dovevo andarmene dal mio piccolo acquario personale, tutto qui, dovevo andarmene, il mio tempo l’avevo avuto.

In queste settimane sono spesso passato nella stessa strada, a velocità ridotta e con molta attenzione ai particolari, pronto a fotografare ogni indizio come un novello investigatore ma la verità è solo una.

La vecchia signora non c’è più, la porta e le finestre sono sbarrate, nessuna ciotola per gatti, nessun segno di vita.


Come in un finale triste di un film già visto, di una canzone già cantata, ora, con settembre alle porte, sento il freddo dell’inverno in un futuro poco distante e immagino come avrebbe reagito la mia vecchia signora ad una nevicata, fra quei fiocchi d’avena allo yogurt che planano coprendo tutto, imponendo la propria presenza con tirannica arroganza.

Pensando a questo, quasi giornalmente, imbocco la tangenziale esterna e, fra una traccia di un cd e l’altra, fra una bestemmia ed una accelerata, fuori non c’è nulla da vedere.

Solo un pallido cielo d’estate, dolorosamente disadorno ed uniforme.

C.W.

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Sono un troll di settantesimo...

mercoledì, 06 giugno 2007, 13:50



Salve gentlemen, la mia vita scorre placida in una sorta di brodo primordiale fatto di psicosi e libri.

Io ed i miei colleghi stiamo studiando solo ed unicamente cose che non ci interessano, centinaia di pagine, decine di libri privi di qualsiasi scintilla intellettuale; solo date, nomi, periodi, numero dei morti nella tal guerra, traduzioni di testi.
Stiamo diventando dei perfetti concorrenti da show televisivo, delle macchine da memoria in grado di memorizzare elenchi del telefono, libri sacri o opuscoli medici.

A parte questo il mondo mi sorride.

Sono più vecchio di un anno e nulla è cambiato, sono circondato da arcobaleni gay ed unicorni con tumori grossi come meloni.

Sono qui oggi per parlarvi di un fenomeno che mi coinvolge molto da vicino e che darà modo al mio enorme ego di scagliare fulmini e saette contro tutto e tutti, come piace fare a noi giovani d’oggi.


Il fenomeno che prenderò in analisi è quello dei TROLL.
Stando alla definizione di Wikipedia:

Nel gergo di Internet, e in particolare delle comunità virtuali come newsgroup, forum, mailing list, chatroom o nei commenti dei blog, per troll si intende un individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati.
Spesso l'obiettivo specifico di un troll è causare una catena di insulti (flame war); una tecnica comune consiste nel prendere posizione in modo plateale, superficiale e arrogante su una questione già lungamente (e molto più approfonditamente) dibattuta, specie laddove la questione sia già tale da suscitare facilmente tensioni sociali (come un'annosa religion war).
In altri casi, il troll interviene in modo semplicemente stupido (per esempio volutamente ingenuo), con lo scopo di mettere in ridicolo quegli utenti che, non capendo la natura del messaggio del troll, si sforzano di rispondere a tono.
Dal sostantivo troll si derivano, sia in inglese che in italiano, forme derivate come il verbo trollare ("comportarsi come un troll"), o essere trollato ("cadere nella trappola di un troll" rispondendo a tono alle sue provocazioni).

Un troll particolarmente tenace e fastidioso può effettivamente scoraggiare gli altri utenti e causare la fine di una comunità virtuale.


Bene, quindi una testa di cazzo può mandare a puttane un progetto intelligente, mirabile, perfetto.

Un pò come se Platone, dopo aver dimostrato con perizia una legge incontrovertibile dell’universo, si beccasse due calci in faccia ed un vaffanculo.

La democrazia della violenza è un percorso di ascesi.

Un pò come le torte in faccia a Bill Gates, un pò come correre nudi per Wimbledon con scritto sul culo “fottetevi”, un pò come lanciare merda sul parlamento o inondare di sangue di vacca i ricchi bastardi che vanno alla scala con addosso animali morti.

E’ tutta la stessa brodaglia, funziona tutto alla stesso modo; a nessuno interessa la vera giustizia, solo una plateale, fulminea, incredibile smerdata.

Perchè un: “Taci idiota, hai la merda nel cervello!” detto nel momento giusto vanificherebbe anche le teorie di Gandhi.

E quindi “Negro, vai a mangiare le banane!” a Marthin Luther King, “Frocio di merda mangiapannocchie” a Cecchi Paone, “La vedrei bene in un film sugli S.S.!” ad un ministro tedesco, “Spastico del cazzo” ad Hawkins, “Vegetale che si smerda le mutande” ad Ambrogio Fogar e via così.
Ho persino letto da qualche parte che Gesù ed i suoi discepoli erano un esempio perfetto di una comune gay in stile Los Angeles anni ’60 - ‘70.
Bene, benissimo, ora Gesù si inculava con Pietro e con gli altri pescatori di anime.
E vai col liscio.

In questo clima di grandi dichiarazioni bibliche posso dire, senza alcuna vergogna, di essere un troll.
Appartengo orgogliosamente alla categoria di quelle teste di cazzo che vanno in giro per internet, mortalmente annoiati e stanchi di non avere alternative valide in una vita al rallentatore, che sparano commenti lapidari su tutto e tutti, come se avessero la verità in tasca, in comode compresse idrosolubili.

Nella mia lunga carriera ho individuato alcuni stereotipi di blogger di cui vi voglio rendere partecipi:

Quelli che “sono un poeta”:
metrica inesistente, inutili tentativi di utilizzare parole fuori dal comune per impressionare il popolo attonito di lettori che, rincoglioniti, ammirano la leggerezza del fraseggio e la squallida imitazione di qualche grande nume del genere.
Inutile dire che gli argomenti preferiti di questi “poeti” sono l’amore e la loro difficile vita in questo mondo triste e vuoto.
In questi casi consiglio un attacco diretto al loro modo di scrivere, alla loro incapacità di trasmettere emozioni o al fatto che la loro creazione sia solo la brutta copia di un capolavoro esistente.

Quelli che “la mia vita è interessante”:
attenzione, non parlo di siti come ad esempio Barbara di Causa Crisi che rende la vita comune una ilare pantomima dove la nostra protagonista, inevitabilmente soccombe, alzando la testa solo per prendere un’altra bastonata. Qui si intendono tutti coloro che hanno preso lo spazio-blog per una seduta gratuita di uno psicologo calmo, coglione ed accondiscendente.
I proprietari di questi spazi sono profondamente convinti di essere gli unici detentori di vita; quindi diventa indispensabile sapere che “la Giusy ha mandato a cagare Ale ma poi si è ricreduta e madò, dovevi vedere che faccia, poi è arrivata la Betta e lì è successo un casino” o che “Minchia oh, ho preso un 3 in italiano e quella stronza della prof mi ha detto che mi mette 4 in pagella, oh che incazzatura”, ecc...
Diciamolo chiaramente ed in maniera tale che nessuno, in alcuna circostanza possa fraintendere il nostro messaggio: non ce ne fotte un cazzo della vostra vita; siamo blogger, piante carnivore che si nutrono di leccate di culo, commenti e visite giornaliere, siamo qui per essere adulati, amati, divorati quindi, gentilmente crepa nel tuo buco di merda e restaci.

Menzione speciale per coloro che non solo rientrano nella categoria sopraccitata ma che ne infangano, ove possibile, ulteriormente il nome; si tratta di quelli che: “la mia vita è un pozzo di sofferenza”.
E qui mi rivolgo a tutte le “anime infrante”, a tutti coloro per cui questa pazza, pazza vita non è altro che sofferenza, intimo dolore e personali considerazioni sulla morte, sul suicidio che, giorno dopo giorno, meritano di essere vomitate sullo spazio pubblico di internet.
E’ essenziale, a parer mio, chiarire a questi individui che la loro presenza nell’etere e nel mondo dei vivi è superflua, priva di qualsiasi utilità pratica o morale la vita di queste larve rotola fra un lamento, un singhiozzo ed un bla bla bla di polsi recisi, di cappi al collo, di lacrime di sangue, angeli caduti, pillole ingerite e cazzate di questo tipo.
Dio, se esisti, dai la forza a costoro di realizzare i loro intenti, diciamoci la verità, anche tu saresti contento, su a me puoi dirlo.

Vorrei concludere questa breve carrellata con forse la razza di persone più incompetenti, inutilmente vive e disgraziatamente senzienti che questo bordello riesca ad ospitare: quelli che: “sono un artista e mostro il mio corpo”.
Per lo più stronzette in cerca di attenzioni queste camwhore vivono di masturbazioni e di commenti sbavanti del demente pubblico bloggesco; fin qui niente di nuovo sotto il sole.
Il problema è quando un bel paio di tette, fotografate in una buona angolazione e, fin troppo spesso  in una luce crepuscolare diventano “arte”.
Ok, non sono esattamente propenso a giudicare arte ogni cosa prodotta dalla mente umana.

Ma
Che
Cazzo!

Fermiamoci un momento a pensare.
Ci sarà pur una piccola differenza da un paio di tette ed un Monet, un Renoir, persino un Warhol.
Se non vedete questo enorme crepaccio voluto da Geovaiddio fra una stronzata ed una immortale e stracazzutissima opera d’arte allora andate a fare in culo.
No, sul serio, con tutto il cuore.

Quindi mie care stronzette capezzolute la vostra non è arte, è solo essere puttane in modo diverso, cosa che vi rende sì particolari ma sempre e comunque miserabili scarti d’umanità.


Noi troll stiamo salvando questa gente da sé stessa.
Noi siamo quelli che richiamano la loro attenzione sulle loro illusioni che si andranno prima o poi a schiantare contro qualche cazzo di gigantesco iceberg la fuori, nel mondo vero.

Perché se non sai scrivere è inutile provarci, non siamo in un film degli anni ’80.

Perché se nessuno ti accetta non è per colpa del mondo cattivo, è colpa tua che non ti fai voler bene o puzzi o sei antipatico o hai un carattere di merda o tutte queste cose insieme.

Perché se sei brutta e grassa e complessata ti devi arrendere all’evidenza, non siamo al “Brutto anatroccolo” e non interverrà nessun transessuale obeso a salvarti.

Perché se hai dei problemi in famiglia a nessuno fotte un cazzo di niente qui, nella stessa di internet, vai da un consulente familiare, da un parroco, da scientology, ma non qui.

Qui c’è solo morte, disperazione, menefreghismo e commenti finto-dispiaciuti per attirare utenti sul proprio spazio, per far salire il contatore, per aumentare in popolarità.

Se devi piagnucolare vai da qualcuno a cui freghi qualcosa.

In un certo senso essere troll è una missione umanitaria, una selezione finissima fra migliaia di casi umani, una sorta di reality continuo in cui i deboli , grazie a Dio, soccombono.

Essere troll quindi non è male, anzi.
E’ la più pura espressione della libertà di parola, del disgusto genuino della comunità di internet, la voce più pura dell’anonimato virtuale, un diritto ed un dovere di ogni utente della rete.
E’ la capacità di mandare a fare in culo chi odiate, chi non sopportate o semplicemente chi non rispettate.
E’ la libertà nella sua forma più anarchica ed incontrollabile, è il nostro ego che, una volta libero, dimostra quanto infimi, disgustosi e perfetti possiamo essere; è un buon modo per sfogarsi, leggere e commentare stronzate, scrivere frasi lapidarie e divertenti.

Essere troll per me non è una stronzata da quattro soldi dunque, è uno stato d’essere che si traduce anche nella vita reale con sarcasmo, ironia ed una buona dose di insofferenza verso tutto.
E’ anche questo che crea l’immagine di noi nerd agli occhi del popolo “normale”: frustrati bastardelli con troppo tempo libero e pochissimo sesso alle loro spalle; nonostante tutto questo sia tremendamente vero non riesco a non provare un affetto viscerale per tutti quegli sconfitti che fanno della critica, della provocazione e della polemica uno stile di vita.

Esistono ovviamente, anche i troll cattivi, coloro che usano il proprio anonimato come scudo per le proprie stronzate; questi potenziali serial killer sono probabilmente ragazzini quindicenni che, nel pieno della noia di una lezione di informatica decidono di dare una svolta alla loro stronzissima giornata con un pò di terrorismo ideologico.
O sono dei mediocri impiegati con moglie e figli, stanchi di tutto e senza più occhi e con ragni al posto delle dita.

Geovaiddio, fai che siano dei ragazzini brufolosi...

Qualunque sia il loro background questi miserabili puntano solo a strappare quel piccolo imene che separa lo spirito dalla barbarie, la zona grigia che divide uno stupratore da un macho, un pedofilo da un prete caritatevole. Oops.

Avete presente la piccola Madeleine?
Occhioni grigio-verdi, caschetto biondo e sorriso degno dei suoi denti traballanti; la bambina scomparsa un paio di mesi fa e mai più ritrovata.
Il sito dedicato al ritrovamento è stato preso d’assalto da centinaia di anonimi che hanno donato il loro veleno in abbondanti cascate di caratteri:

“E’ stata venduta a qualche pedofilo che ora le sta segando le gambe”

“E’ morta”

“L’ho vista morire”

“Sta scopando come una puttana thailandese in qualche bordello vicino ad una autostrada”

Ed altre cose che, vi giuro, erano molto più pesanti.

Inutile dire che la zona dedicata ai messaggi è stata cancellata ed ora per inviare un proprio commento è necessaria una approvazione dei gestori del sito, bel lavoro teste di cazzo.

Qualcuno si è spinto un pò più in la, come sempre succede in queste situazioni del resto; qualche genio sprecato ha partorito questo video che vi consiglio di vedere solo se la vostra soglia di umanità rasenta lo zero:

http://www.liveleak.com/view?i=71a_1179585645

In conclusione concedere spazio internet a queste persone è come iscrivere un fottuto paraplegico ad una gara di corse, un talebano ad una degustazione di salumi, come far morire Terry Schiavo di fame invece che spararle un cazzo di colpo in testa. Oops.

http://www.youtube.com/watch?v=AmJ6FDj9R1k&mode=related&search=

http://www.youtube.com/watch?v=cD0hbg79ftU&mode=related&search=



A presto gentlemen.

Ah, un’ultima cosa: trollatemi il blog per piacere, so che potete dare il meglio di voi; insulti, sberleffi o anche un semplice ‘fanculo saranno bene accetti!

Date serenamente il peggio di voi, so che lo volete.

Wrote in mondo di internet, acide riflessioni
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Educazione televisiva

mercoledì, 25 aprile 2007, 15:28



Buongiorno gentlemen, è primavera, odio i pollini e loro mi vogliono uccidere.
L’allergia sta prendendo il sopravvento e nulla potrebbe andare meglio.
Bene, finiti i convenevoli, veniamo a noi.


Un paio di anni fa guardavo uno di quegli speciali che mandano a notte fonda su raitre, roba voluta fortemente da Ghezzi suppongo, beh, c’era questo documentario sulle prime trasmissioni televisive italiane e su come il popolino si rapportasse nei confronti di questo nuovo mezzo di comunicazione.

Visto che il ruolo di maestrino non mi compete la terrò il più breve possibile: la televisione arriva in Italia, paese sconfitto? Vincitore? Paese puttana in fondo, disposta a concedersi un po’ a tutti per un bicchiere di bianco ed un giro di tango.
Il nostro popolo, affamato e stracco dalla guerra, rincoglionito da promesse, affermazioni di imperi, tradito dai propri sovrani e dai giochi di potere è stato affidato a questo gorgo parlante che, almeno in un primo periodo, integrava quello che non era stato spiegato sui banchi di scuola.
E così aumentano le televisioni in ogni casa, una per il dottore poi una per il maestro di scuola poi una all’osteria e poi una per casa, per ogni casa italiana.
E così inizia a diventare oggetto di culto, altare di Visnu’ della sciura che ci mette sopra centrini su centrini su centrini, barche che si illuminano da Venezia, torri da Pisa, golfi da Napoli.

Arriva il 1959, anno in cui inizia la trasmissione giornaliera di “Non è mai troppo tardi” a cura di Alberto Manzi, lo scopo era educare e recuperare il popolo italiano con semplici lezioni dal tono semplice, familiare, per nulla altezzoso.

La prima televisione italiana è quindi, fra le più pedagogiche del mondo; il suo scopo è divertire informando, bombardando il teleutente con un’alfabetizzazione coatta, a volte soporifera ma di sicuro effetto.
Con i quiz di Mike Buongiorno l’Italia scopre anche il meccanismo che ricompensa la sapienza con il denaro, risposte in cambio di privilegi, viaggi, beni di consumo.
L’uomo diventa sfinge di sé stesso, si interroga e si concede offerte e doni, per placarsi, per riempire quel vuoto con intrattenimento a basso costo, con quello che sarà chiamato entertainment dagli americani, veri e propri colonizzatori del nostro midollo spinale, del nostro corpo celebrale.

Poi l’arrivo delle reti private, la transumanza di Telemilano in Canale 5, Silvio Berlusconi, Paolo Bonolis, Bim Bum Bam ed altri grotteschi pupazzi dal cuore impagliato che ridono, ridono, ridono.

Nel 2000 inizia il progetto “Grande Fratello”, vero e proprio Mosè fra realtà e merda, porta nelle nostre case prodotti come: Taricone, froci imbellettati che nascondono il loro palese essere, napoletani che parlano come stranieri che tentano di parlare italiano e poi il pianto, la tv del dolore.

E qui veniamo al punto.

Le persone, a vari livelli, credono di vedere il vero attraverso lo specchio della tv.
Anche io sono convinto, profondamente convinto, che dentro Emilio Fede ci siano viscere, ossa e sangue; credo fermamente nelle televendite, nella validità del Rotowash e nelle panche per addominali, credo persino alle liti in diretta, alle scazzottate fra vip, alle tette delle vallette, sempre floride come cornucopie.

Il punto non è esattamente questo.

Il fatto è che i miei genitori e non solo sono convinti di quello che dice la tv.
E non mi riferisco a notiziari, telegiornali o cose di questo tipo; io parlo del programma dedicato alla casalinga media, la signora di Rovigo.
Beh i miei genitori guardano Forum con lo stesso sguardo dei profeti nell’arte sacra, Santilicheri è il loro Dio, modello vecchio testamento: un onnipotente e vendicativo figlio di puttana immortale.

E così, seguendo il modello comportamentale dell’uomo-scimmia, imitando la natura e costringendo il proprio essere a piegarsi alla consuetudine, il gregge dei teledipendenti si muove e si adatta, si flette al palinsesto.

Di primo mattino la sveglia con un programma della rai: intrattenimento blando, informazioni mediche, qualche battuta ovattata, poche tette e ancora meno balletti, fronzoli al minimo.

A metà mattinata parte il programma simpatico per la casalinga che altrimenti sarebbe costretta a ingoiare ancora più pasticche contro il mal di testa, il mal di denti, la diarrea, la depressione, la vita. “La prova del cuoco”, “I fatti vostri”, “Hazard” ed altre stronzate si inseguono per lo schermo; soldi in cambio di attenzione, sponsor al gusto di mortadella, materassi comodi, auto che volano su staccionate da almeno 20 anni, attori che fanno più ridere da morti che da vivi, Magalli, il comitato-Dio.


Poi arriva il momento dell’invenzione peggiore del palinsesto televisivo: lo spazio che va dalle 12.00 alle 16.00.


Ogni famiglia si riunisce dopo una mattinata di lavoro, di studio, di fatica o di semplice vita vissuta, trascinata; i piatti sono in tavola ed i commensali si scambiano apprezzamenti sul caldo, sul parente morto di recente, sulla pasta scotta o il sugo annacquato.

Succede qualcosa: una sigla famigliare, il campanello di Pavlov, reazioni precise, fisiologiche, automatiche ed indistinte; tutte le bocche si chiudono, i discorsi cadono, abbandonati a loro stessi, muoiono nelle piccole pozze d’olio della minestra.

L’operaio dell’informazione usa il suo miglior tono quando legge, anzi no, sottolinea, quando ribadisce le parole: morti, sbranati, massacro, esplosione di pazzia, antisemita, kamikaze, bambino morto, necrofilia, pedofilia.

Dopo lo stupore, che dura poco meno di 5 secondi, la famiglia continua a mangiare, automaticamente, portando qualsiasi cosa fosse nel piatto alla bocca, sino ad esaurimento scorte.
Giorno dopo giorno cessa lo stupore, la rabbia, il gelo di fronte alla morte ed alla tortura; nulla scalfisce più la pellicola di normalità che avvolge ogni telespettatore dall’età della ragione in poi.
Nessuno si stupisce più di nulla, la morte diventa la normalità, l’idea di un dio qualsiasi viene catalogata come cialtroneria, notizia da mandare con un sottofondo comico, tipo Benny Hill.

Dopo aver acquisito la giusta idea di morte e la fatalità tipica dell’essere umano il telespettatore alla prima notizia di omicidio-suicidio si indigna, gli passa l’appetito, riflette, diventa bianco, chiede spiegazioni poi, rinuncia.

La volta successiva si limiterà a costernarsi continuando a mangiare e, tramite un graduale processo di raffinazione la macchina-industria-televisiva produce le sue gemme più preziose: gusci d’uomo, sembianti dall’aspetto nostalgicamente umano ma del tutto incapaci di farsi domande, perdere appetito, piangere.

Il riuscire a svuotare il piatto, evitando rapporti umani diretti e contatti con il mondo fisico, è, a mio avviso, il miracolo più grande che la televisione del dolore, del sangue e delle esecuzioni in diretta è riuscita a fare; non sarò così ipocrita da non dedicare a questa massiccia operazione di depersonificazione il mio plauso.

E così, come una favola pietosa, il nostro umanissimo protagonista ascende ad un livello di vita superiore, più superficiale si, ma di buon utilizzo per quel meccanismo di domanda e offerta che è il mondo che ci circonda.

Dopo il telegiornale, la mancata inappetenza ed il ritrovato rossore del viso ecco che arriva il punto della nostra discussione : il programma pomeridiano di approfondimento.

In poltrone rosse labbra di puttana sfilano, in ordine di edizione di reality: Platinette, Gino Paoli, l’imitatore di Berlusconi (o è Berlusconi?), il cadavere mummificato di Papa Giovanni Paolo II, psicologi e psichiatri platinati, tirati e strizzati in abiti firmati, vignettisti, rimasugli dello spettacolo e della canzonetta degli anni ’60.

Tutti sputano sentenze, pareri, interessanti filosofeggiamenti, citazioni di citazioni di citazioni di autori che non hanno letto.

- Il bullismo?
- Date ai bambini più sicurezza.

- Il terrorismo?
- Più integrazione.

- La guerra batteriologica?
- Non dovrebbe esistere.

- Anna Maria Franzoni?
- Una vittima dei media, poverina.

- Le torri gemelle?
- Sgomento, che brutta storia.

Mastrota pubblicizza il suo ultimo libro sui materassi, Gigliola Cinguetti gorgheggia dei valzer che puzzano di morte e vecchie ballerine si avvitano sulle loro anche malandate al ritmo di un rock che non capiscono.

Ed in tutto questo il teleutente medio che fa?

Questo è il vero punto della questione.

Il teleutente non solo ascolta ma assorbe.
Rende sua quella miscela di cazzate, di pareri e frasi buttate a metà; interiorizza la cultura popolare e ripete mentalmente le battute migliori, per la prossima cena aziendale.
Si segna su un foglietto il nome dell’autore di un libro: Oscar Uaild, Edgar Alan Po, Erman S.
Vede il mondo con gli occhi di vetro e acciaio che gli fornisce la televisione e sa.
Conosce.
Ora ha la verità in tasca, in comode supposte.

Ecco, gentlemen, ecco quello che vedo.
Ecco come i miei genitori si nutrono della televisione, vomitando di seconda sponda la loro bulimica scorpacciata su di me, preoccupandosi della musica che ascolto, di chi frequento, se mi sento appagato.

Si, mi sono sentito chiedere:
“ma ti senti appagato?”

“ma sentimentalmente sei stabile?”
“ma quello li non sarà mica Merilin Menson?”
 “lo sai vero che la droga non è una soluzione?!”


Poi mi chiedono perché sono così acido, perché sono così dannatamente sarcastico, perché vorrei diventare ricco per comprare una velina e ucciderla a calci in culo, perché voglio vedere Mengacci che si cancella la faccia con l’olio per frittura, Costanzo che vomita sangue sugli ospiti, la De Filippi crocifissa durante un balletto.


La televisione è quello che vogliamo, ce lo dicono le statistiche.
Intrattenimento condensato, sogni ad intervalli regolari, il modo migliore per distrarre e comandare il popolino.
La nostra merda è cosa siamo.
Noi siamo la nostra televisione.

In fondo ci meritiamo tutto questo, e anche di peggio.

Arrivederci gentlemen, alla prossima!
C.W.



[…]
…c’è questa idea di Patrick Bateman, una specie di astrazione, che tuttavia non ha nulla a che vedere con chi sono veramente, è solo un’entità, un qualcosa di illusorio, e anche se riesco a nascondere il mio sguardo freddo e potete stringermi la mano e sentire la mia carne che stringe la vostra e magari potete anche immaginare che il nostro stile di vita sia simile: io semplicemente sono altro. E’ dura per me avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un prodotto, un’aberrazione. Sono un essere umano non accidentale. La mia personalità è abbozzata, informe, la mia crudeltà è radicata e persistente. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse tanto tempo fa (probabilmente ad Harvard) ammesso che siano mai esistite. Non ci sono più barriere da superare. Non me ne importa nulla di tutto quello che ho in comune con i pazzi e i deliranti, con i perversi e i malvagi, sono oltre tutto il dolore che ho causato e anche oltre la totale indifferenza che ho provato. Ciò nonostante, mi tengo ancora saldo a un’unica, squallida verità: non mi salva nessuno, non c’è redenzione per nessuno. Dunque non mi si può biasimare. Ogni modello di comportamento umano deve avere una sua validità. Il male sta in quello che sei? O in quello che fai? Il dolore che provo è costante, acuto, e non spero in un mondo migliore per nessuno. In realtà desidero infliggere agli altri il mio dolore. Non voglio che nessuno mi sfugga. Ma anche dopo aver ammesso tutto questo – e l’ho fatto innumerevoli volte, praticamente in ogni mia azione – e dopo essermi ritrovato faccia a faccia con queste verità, non c’è catarsi. Non ho acquisito alcuna conoscenza più approfondita di me stesso, e niente di nuovo può essere compreso in base al mio racconto. […]
Questa confessione non significa niente… […]


American Psycho, Bret Easton Ellis

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Il diavolo veste Sportika

sabato, 07 aprile 2007, 12:33



Salve gentlemen, ormai non vi sto più a dire che sto facendo gli straordinari di studio e lavoro e che internet e splinder sono la mia ultima preoccupazione, che mi dispiace per la mia prolungata assenza e che mi scuso con ognuno di voi se non riesco sempre a leggere tutto quello che scrivete.

Diamo tutto questo per scontato e ricominciamo.

Salve gentlemen, come andiamo?
Io ho preso un 30 pochi giorni fa e la mia vita è assolutamente la stessa di prima e voi?
Sta bene zia Concetta?
Ho sentito che ha un problema di aerofagia, e con le sue coliche? Non deve essere un bello spettacolo in effetti!
Beh salutatemela tanto e ditele che ci voglio bene.


Veniamo al fatto di cui intendo parlarvi.
Anche se sono abbastanza restio nell’ammetterlo nel mio passato riposa un segreto oscuro e tremendo, una cosa di cui pochi andrebbero fieri e per la quale ancora oggi provo un profondo rimpianto: facevo palestra.

Ok, avete finito con quei risolini puerili e tutti quei colpi di gomito fra di voi?!
Bene.
No, dico sul serio cazzo! Smettetela!
Altrimenti non vi racconto nulla, e che cazzo!

Perfetto, grazie della collaborazione.
Allora, ecco la vicenda: c’è questo mio amico, questo mio conoscente diciamo, che a suo dire è in tesi di laurea in concomitanza con la sorella.
Io li conosco da quando avevo 14 anni ed oggi, 10 anni dopo sono ancora lì, con gli appunti per la loro tesi di laurea; inizia a balenarmi un sospetto: stanno scoprendo un vaccino per il cancro.

Beh non divaghiamo, fra una tesi ed un’altra i due fratelli C. decidono di avvicinarsi al mondo del lavoro per mantenere i loro giovanili svaghi ed è qui che entro in scena io, ahimé.
Il maschio dell’accoppiata, tale C.C. , gestisce una palestra piccola piccola, con gente per bene, vecchietti sorridenti e musica a basso volume; in poche parole: un buco di merda che puzza di cesso e spurgo fogne con vecchie cariatidi che muovono le loro flaccide membra mentre sul tappeto musicale muore, ormai stanca, l’ennesima sequenza di hit dedicata a Baglioni.

In questo ambiente ricco di miseria umana, io e alcuni cari amici del periodo abbiamo mosso i nostri primi, incerti passi nel mondo della preparazione atletica.
Era tutto un misurare la massa magra e grassa, una respirazione corretta, un inno del corpo sciolto e nodoso di muscoli, una ode alla nostra cattiva salute che, manco a farlo apposta, sarebbe migliorata in pochi, costosi, mesi di allenamento.

E’ giusto inquadrare lo “staff” dello stabile per farvi capire l’aspetto veramente comico dell’intera faccenda.


* C.C. : il mio conoscente che, a dir suo, avrebbe trasformati i nostri corpi flaccidi in una sorta di scultura pronta per il moderno tempio del six-pack, del bicipite, e del collo taurino. Un moderno boscaiolo di buon cuore e dalla risata fragorosa, un orso italiano nato, un ricercatore medico sulla via per scoprire un vaccino che migliorerà la vita del genere umano.

* Il proprietario: da una definizione di un mio caro amico questo signore è un cattotalebano. Vedovo per motivi a me sconosciuti questo distinto signore dalla sciolta parlantina ha ereditato due figlie, una di 6 ed una di 14.

* La figlia di 14: vera e propria signorinella sull’orlo di una crisi adolescenziale, sempre incazzata con tutti e tutto e divoratrice di tabloid di interesse nazionalpopolare come “Cioè”, “Chi”, “Vera”, “Glamour” ecc…

* La figlia di 6: protagonista di questa vicenda questa piccola bambinella ha tutte le caratteristiche per essere una adorabile fonte di guai: caschetto biondo, occhi grandi ed una costante voglia di giocare e fare dispetti.

Fai una flessione oggi, solleva un peso domani, passano alcuni mesi e , mentre il fisico si espande, si intrecciano rapporti sempre più stretti fra il sottoscritto e lo staff.

Da una parte il mio amico, il caro C.C., non mi guarda nemmeno quando sto per spappolarmi il cervello con un peso eccessivo, dall’altra la piccola bambina pestifera tormenta i miei allenamenti con frasi ed urla simpatiche e gradevoli come un esercito di gatti che stanno cercando di scalare una parete di ardesia.

Ecco una situazione tipo:

Io: un, due, porcatroiamerda, tre uff…quattro diobonocazzo…

Bambina: CIAOOOOOOO!

I: mer…emh…ciao. Cinque, sei…uff…uff…sette…

B: AH AH AH! SEI TUTTO ROSSO SEI TUTTO ROSSO!!

I: eh si, sai, sto facendo i pesi altrimenti C.C. mi sgrida!

B: HEYYYYYY! C.C.! CHESTER NON ALZA I PESI ED E’ ROSSO!

C.C.: Si, come no. (continua a sfogliare la sua rivista)

I: (posando disperatamente gli attrezzi) Sai che devi fare? Vai dallo zio C.C. che ti insegna un gioco o da tuo papà che ti fa fare merenda eh?!

B: NOOOOOOOOOOOOOOOOOO! SEIROSSO SEIROSSO SEIROSSO SEIROSSO SEIROSSO SEIROSSO SEIROSSO…

I: vabbè…umph…uno, due, tre…porc…quattro, cinque, sei…

B: AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH ROSSO, ROSSO, ROSSOOOOO...

E via così insomma.

Nessuno sguardo di pietà verso C.C. o il padre cambia la situazione.
Nessuna richiesta di tenere la bambina lontano dal mio spazio vitale cambia qualcosa.
Paghiamo 50 € al mese per allenarci in un posto che puzza di merda e fare da baby sitter ad una bambina orfana di madre, non male davvero.

Passano ancora un paio di settimane ed il mio sguardo carico di vana speranza verso il padre della bambina e l’ormai mitico orso italiano C.C. si fa sempre più carico di cattivi presagi, odio e rancore.

Un giorno come tanti, dopo essermi svegliato all’alba, aver frequentato 3 corsi ed essermi rinchiuso in una squallida biblioteca per il resto del giorno decido, ahimé, di andare in palestra.

Vado a rilassarmi un po’ mi dico.

Bravo stronzo.

Entro, saluto rapido al banco, tutto normale; nessuno mi caga.
La bambina mi corre incontro ma io, rapido come un ninja la evito entrando nello spogliatoio, luogo taboo per la piccola.

Faccio un paio di sospiri, lunghi e profondi, sono una stella zen.
Esco.
La bambina è lì che mi sorride, vuole giocare no, anzi, vuole rompermi il cazzo.
C.C. nonostante le mie ripetute richieste di tenerla d’occhio si fa i cazzi suoi ed il padre è troppo impegnato a sfogliare una rivista sull’imminente ritorno di Elvis-Jesus fra noi peccatori, amen.

La ignoro, la migliore tattica sino ad ora.
Faccio sollevamento alla panca, lei mi guarda, urla, mi schiaffeggia con le sue manine uncinate ma non mollo.
Vado a fare gli addominali, mi urla isterica che sono rosso, che sono brutto ma non la degno di uno sguardo, posso farcela.
Macchina per i pettorali, la bambina rischia una mano sotto i pesi, suo padre si accorge di lei, la sgrida, lei piange, è in castigo, io in paradiso.
Alcuni esercizi dopo la piccola peste torna da me, lo sguardo basso, ancora pieno di lacrime.

Mi sento in colpa e allora mi fotto, faccio un errore madornale.
La prendo in disparte e le spiego che ti poteva fare male, che non voglio ignorarla ma che se sta vicino alle macchine senza che nessuno la controlli può succedere qualcosa di brutto e che deve essere una brava bambina e tutta una serie di cazzate di questo tipo.

La monella ride di gusto, senza isterismi, mi chiede se voglio fare una partita a carte ed io, da coglione, accetto.
La faccio vincere ma con quel po’ di difficoltà che le farà gustare maggiormente la vittoria.

Dopo un buon venti minuti le dico che è tardi e che devo finire gli esercizi.
Lei si dispera, io la rassicuro e corro alla panca.
Il dramma continua e mi insegue per una, due, tre volte mentre la domanda è sempre quella: “Ma perché vieni così tardi? La tua mamma e il tuo papà lo sanno? Sai? Mia madre è morta, è in paradiso dice papà. Ma come mai arrivi tardi? Eh? Perché? Perché, perché?”

Poi la mia stupidità ha il sopravvento.
Le do una risposta gentile, fiabesca, stupida:

“Vengo così tardi perché sono un vampiro”

Ecco la stronzata.
La bambina non urla più, è curiosa, divertita, rapita.
Mi chiede com’è essere un vampiro, che scuola faccio, perché i vampiri escono di notte, se i vampiri sono cattivi ecc…

E qui la seconda cazzata.
Inizio a dirle con tono paterno e gentile che alcuni vampiri, come me, sono buoni perché ubbidiscono ai genitori, perché si lavano sempre le mani prima di pranzare ed ordinano sempre la propria cameretta.
Affermo con certezza che i vampiri cattivi, quelli che bevono il sangue, sono quelli che non vanno a scuola, prendono brutti voti e non aiutano i genitori e gli amici.
Creo un piccolo mondo fantastico in cui noi, vampiri buoni, studiamo tutto il giorno ed usciamo di notte per fare allenamento, dove solo chi è veramente un bravo bambino un giorno diventerà un vero vampiro buono, di quelli che aiutano le signore anziane con la spesa.

I giorni passano e la piccola continua a chiedermi dei vampiri ed io, volta dopo volta, continuo ad espandere questo piccolo mondo di succhiasangue bravi ragazzi ed esempi positivi; il nostro rapporto va alla grande: lei non mi rompe il cazzo durante gli esercizi ed io, in pausa, le racconto un po’ di storielle; tutto a posto sino al drammatico finale dell’intera faccenda ovviamente.

Una sera la bambina mi si avvicina mentre sto sollevando una ventina di chili di troppo e fra uno scompenso cardiaco e l’altro mi fa:

“Tu sei un vampiro vero?!” lo sguardo non è divertito, indagatorio semmai.

“Si, certo, ma di quelli buoni” rispondo con un minimo di apprensione che non so nascondere.

“Allora brucerai nelle fiamme dell’inferno, tu e tutti i vampiri brucerete per sempre ed in eterno nelle fiamme dell’inferno…”
piccola pausa per riprendere il fiato, il tono è quello della filastrocca di Natale.
“ …voi creature di Satana morirete bruciati vivi per sempre mentre io, mio papà e mia sorella, che crediamo in Dio e siamo suoi figli andremo in paradiso, dalla mamma.”

Ho solo il tempo di dire un pallido, esangue “Ma…”

“I vampiri sono brutti ed usano gli steroidi, i soldati di Dio no invece…”
in sottofondo l’ultimo successo di Antonacci assomiglia al tema portante de “Ai confini della realtà”. Interviene suo padre che, per la prima volta da quando mi sono iscritto, mi si avvicina durante un esercizio “Brava, diglielo, i vampiri sono dei gasati che usano gli steroidi per farsi il fisico mentre quelli che credono in Dio non lo fanno, noi siamo bravi vero, noi non usiamo steroidi vero?!”

E’ il delirio.
Molder?
Skully?
Salvatemi cazzo, credo di aver inghiottito un acido durante un rapimento alieno…

La bambina annuisce con fare serio di chi la sa lunga mentre suo padre continua:
“I vampiri sono effeminati, sono delle mezze seghe, dei servitori di Satana, lontano dalla luce di Dio…”
il crocifisso d’oro sul petto risplende di tutto il suo valore snaturato; mi alzo mentre la radio continua a suonare il cantico delle creature di Dio contro i vampiri, cantata da Gigi D’Alessio.

Faccio la doccia come un Ken di Barbie: senza cazzo, senza unghie e rigido come se avessi una scopa in culo.

Mi cambio, esco e vedo la famiglia che mi scruta come se fossi un pedofilo, un assassino, un trafficante d’organi; C.C. è sempre lì, troppo impegnato a non cagarmi e a non ribattere sul delirio del proprio capo.
I giornali cattocristiani sono in bella esposizione, come una merendina golosa che non potrò mai comprare, la bambina mi saluta: “Ciao brutto vampiro!”.


E qui finisce la mia storia cari gentlemen, da quel giorno sono andato sempre meno in palestra e, sinceramente, non ne sento minimamente la mancanza.

Non so che fine abbia fatto quella bambina né voglio saperlo ma quando, fra una decina d’anni, ci sarà uno scandalo nel piccolo borghetto prosciuttifero per una ragazza adoratrice di Satana che ospitava nel giardino di casa una ventina di feti in parte divorati beh, mi farò un paio di risate poi cambierò canale alla ricerca di qualcosa di più interessante.

A presto miei amati gentlemen, statemi bene e salutate tanto zia Concetta.

Wrote in vita malvissuta
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Sant'Antonio mi odia ed io odio lui

venerdì, 16 marzo 2007, 12:51



Si, è proprio lui, Sant'Antonio.

Che poi nessuno mi ha ancora spiegato perché queste perdite di tempo vengono chiamate  "catene di Sant'Antonio".
Risparmiandoci il palese paragone fra ogni scemo che risponde e gli anelli della suddetta catena proprio non riesco ad immaginare un collegamento sensato.

No perché è proprio strano che un santo mi faccia bestemmiare.

Credo che Dio, lassù nell'alto del suo salotto arredato Ikea, non sia per nulla contento se pensando ad un santo si bestemmia.

Perché, cari gentlemen, è questo che facciamo quando ci arriva una catena di Sant'Antonio, ammettiamolo.
Non fate i santarellini, su, lo so che come vi comportate leggendo le mail: uno sguardo  veloce ai mittenti, l'attenta cancellazione dello spam, la visualizzazione della corrispondenza di lavoro e poi la ciliegina, le mail degli amici.

Ed è qui che arrivano le bestemmie.

Gattini che vi dicono che il mondo è colorato, bello e buffo; proprio il giorno in cui vi hanno licenziato un cazzo di gatto addormentato su un gomitolo spara frasi alla Confucio del tipo: "anche quando sei nell'oscurità ci sarà sempre una luce per te".

Il giorno dopo una serata alcolica aprite la vostra casella di posta ed eccola li: musichetta in stile suoneria tamarra, slide a dissolvenza secondo lo stile matrimonio anni ’90, e gattini, bambini giocosi, verdi paesaggi e voli di uccelli.

E frasi sagge.

E retorica, pessima retorica da bordello o da funerale.

E saggezza cinese del cazzo che se non la mandi ad altri 15 stronzi ti porterà sfiga per tutto il resto della tua miserabile vita da miscredente.

E via in un turbine di vincite milionarie per posta, chiamate di sky, telecom, la 3, geova.

Eccolo li, in tutta la sua conturbante bellezza da martire che osserva, benedice e catalizza le bestemmie contro la propria persona e l'inconcepibile essenza che è Dio.

Deve essere proprio un bel mestiere essere fabbro di catene che portano il tuo nome.

Un po’ come il signor Michelin, Giovanni Rana ed il dottor Pirelli.


Veniamo dunque al nostro anello, purtroppo non vibrante.
Come da indicazioni datemi da Novecento, Teiluj e Postumo mi appresto a presentarvi i tre libri che 
più mi hanno colpito positivamente ed i tre che potevo anche avanzare di leggere.

Ad onor del vero ho scelto libri che non fossero i classici Lovecraft, Stevenson, Poe, Palahniuk, Hesse, Thompson, Dante, Lansdale e compagnia per evitare ripetizioni dei post precedenti e non tritarvi i testicoli più di tanto.


Veniamo dunque ad i libri che mi hanno colpito positivamente:


"Casa d'altri"
Silvio D'Arzo



[...] - Ecco - disse lei a voce anche più bassa - Nella lettera c'era scritto se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza voler fare dispetto a nessuno - e quando è proprio come stare a dozzina, dimodoché non si può neanche chiamar casa tua - qualcuno potesse avere il permesso d'andarsene.
Nella lettera c'era scritto così. Tale e quale.
Mi voltai senza aver ben capito.
E scoraggiato.
E anche un po’ deluso.
- Anche...anche uccidersi, sì - spiegò lei con tranquillità da bambina.
E si mise a guardarsi gli zoccoli.
E a lisciarsi il grembiule.
E taceva.
Tutto questo mi prese così all'improvviso che sul momento non mi venne parola. Non riuscivo 
a trovarne, vi dico.
Ma poi no: non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole 
e raccomandazioni e consigli e "per carità" e "cosa dite" e "ma andiamo" e prediche e pagine 
intere e tutto quel che volete.
Tutte cose d'altri tempi, però: vecchie nevi dell'anno passato: e per di più dette mille e una volta.
Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno che niente.
Dio, che gran  trappola, però, le parole! [...]


Unica opera di D'Arzo, morto giovanissimo e sempre vissuto nelle montagne in provincia di Reggio Emilia, questo libro parla non solo di vita vera e della difficile condizione esistenziale di un parroco di un piccolo centro abitato nel cuore delle montagne, questo testo ci fa riflettere, con la concreta saggezza dei testi di Davide Van De Sfroos ed i sorrisi dei nostri nonni.
Ho scoperto questo capolavoro grazie al mio professore di letteratura italiana contemporanea, uomo fantastico e colto da far schifo con il quale ho avuto il piacere di discutere per un buon 40 minuti sull'argomento "Casa d'altri".
Cosa si prova dunque a vivere a casa d'altri?
E' vivere come polli in gabbia, brucare erba ogni giorno come una capra e vedere alle proprie spalle una settantina di inverni, sempre tutti uguali, cristallizzati come i fossi, è voler morire, ma senza disturbare nessuno, chiedendo aiuto ad un vecchio parroco di buone maniere.


"Pulp"
Charles Bukowski



[...] Arrivò una cameriera abbigliata in una tenuta assurda: una tuta sportiva rosa, con del cotone che le rialzava i seni.
Fece un sorriso orribile, mostrando un dente d'oro.
Aveva gli occhi vuoti.
"Che cosa prendi, tesoro?" Aveva una voce stridente.

"Due bottiglie di birra. Senza bicchiere"

"Due bottiglie, tesoro?"

"Sì."

"Di che marca?"

"Cinese."

"Cinese?"

"Due bottiglie di birra cinese. Senza bicchiere."

"Posso farti una domanda?"

"Sì."

"Le berrai tutte e due, le birre?"

"Spero di sì"

"E allora perché non ne bevi una, e poi ordini l'altra? Così non perdi la calma."

"Voglio fare così. C'è una ragione, credo."

"Scoprila, quella ragione, tesoro, dimmela..."

"Perché dovrei dirtela? Forse voglio tenerla per me."

"Senta signore, non abbiamo l'obbligo di servirla. Ci riserviamo il diritto di rifiutarci di servire chiunque."

"Vuoi dire che non mi servirai perché ordino due birre cinesi e mi rifiuto di dirti il perché?"

"Non ho detto che non la serviremo, ho detto che ci riserviamo il diritto di non farlo."

"Senti,la ragione è la sicurezza, un inconscio bisogno di sicurezza. Ho avuto un'infanzia infelice. Due bottiglie alla volta riempiono un vuoto che ha bisogno di essere colmato. Forse. Non ne sono certo."

"Tesoro, devo dirti una cosa. Hai bisogno di andare da uno strizzacervelli."

"D'accordo. Ma finché non ne trovo uno, posso avere due bottiglie di birra cinese?" [...]


Perché il vecchio Buk?
Perché scrive come un Dio, ha una sensibilità che solo la sua vita ha saputo tirare fuori, perché ogni volta che parlo di lui mi commuovo e perché è un vero martire, necessario e compianto.
Questo libro mi è stato regalato per il mio scorso compleanno da uno dei miei migliori amici che ancora ringrazio per la possibilità che mi ha dato nello scoprire dal di dentro questo autore di cui tutti dovremmo mangiare le feci da qui alla fine dei secoli.


"Heir of mistery"
Philip Ardagh



[testo tradotto dall'inglese per mia stessa mano]

Come prima cosa e più importante fra tutte, questo è un libro sulla morte.
Okay, non inizia con una morte effettiva [...] ma ne troverete molta all'interno del libro.
La vita è così, mi dispiace.
Pensate, se non avessimo la morte, questo piccolo pianeta che noi chiamiamo casa sarebbe un posto davvero sovrappopolato. [...]
Al momento del nostro compleanno, non riceveremmo solo un biglietto dai nostri nonni ma anche dai nostri bis-nonni, e dai nostri bis-bis-nonni e così ancora e ancora sino ad alcune coppie (che dovrebbero assomigliare pressappoco a delle 
scimmie, se vogliamo basarci sulle teorie di Charles Darwin) la cui l'idea di divertimento è una giornata passata a cacciare e raccogliere bacche, ed ai cui occhi un biglietto potrebbe essere solo uno strano tipo di foglia, piegata in due e colorata da una parte. [...]
Le persone nascono.
Le persone crescono.
Le persone hanno dei figli.
Le persone invecchiano.
Le persone muoiono.
I figli di quelle persone crescono ed hanno figli a loro volta ed a loro volta muoiono, ed è così che la grande ruota continua a girare. [...]
Mi piacciono le diverse stagioni.
Mi piace l'estate solare e l'inverno innevato. Mi piacciono le croccanti e dorate foglie autunnali e la fresca e verde erba di primavera.
Mi dispiace e provo pietà per coloro che vivono tutto l'anno sotto i brillanti raggi del sole. [...]
La pioggia in questo libro è una pioggia spietata. E' torrenziale – fatto che ci spiega perché venga giù a torrenti - è fredda e soprattutto sembra infinita. [...]

Questa favola per bambini non è attualmente disponibile in Italia ma facendo una piccola  ricerca su Ardagh capirete come questo geniale autore abbia incentrato la sua vita verso la  narrativa per bambini e giovani ragazzi.
Calma.
Non è quel libro alla "Pippy scopre la città" o "Jhonny non ascolta gli sconosciuti"; sono favole dal sapore e dallo humor nero, capaci di avvincere anche un giovane anziano come me.
Questo libro in particolare poi è stato acquistato in uno dei posti più magici che abbia mai visitato: la fondazione Shakespeare a Parigi in una strada defilata all'ombra di Notre Dame, in una fredda giornata di sole di un capodanno piuttosto inconsueto; accompagnato da due  graziose dame e da due amici di certo non comuni.
Insomma il libro dei ricordi, felici o meno.


Passiamo ai libri che mi hanno fatto proprio schifo, di questi non citerò dei passi perché 
sinceramente, oltre a non averne voglia non ne vedo nemmeno l'utilità pratica.


"Jack frusciante è uscito dal gruppo"
Enrico Brizzi

Questo cazzo di libro ha aperto una stagione di 4 nella mia immacolata media in italiano alle superiori.
Per partito preso ho rifiutato di leggere per intero questo ammasso di stronzate che, oltre ad essere stucchevolmente giovanile, non presenta la benché minima sorpresa.
Tutto è così finto-grunge che se avesse ancora occhi per piangere qualcuno di Seattle verserebbe lacrime amare.
La trovata dell'amico drogato-autolesionista-personalità-borderline è davvero una cagata da oratorio, il libro per mamma e papà insomma, che si credono fighi perché possono credere di capire i gggiovani.


"Follia"
Patrick McGrath

Libro del cazzo per antonomasia, storia tragicomica di un amore fra una ricca puttana ed un folle in uno dei tanti manicomi stile Bram Stocker.
Da notare la scena della morte del figlio della protagonista, degna di uno di quei film verità tipo : “Donne al bivio” o stronzate simili.
Idee banali e da piccolo show pomeridiano, atmosfera pessima, situazioni paradossalmente noiose.


“Piccoli delitti del cazzo”
Jason Starr

Questo è uno dei tanti libri che mi hanno convinto a provare la carriera dello scrittore.
No perché se pubblicano certa immondizia allora cazzo, io voglio il Pulitzer.
Storia di un uomo molto muscoloso e strappamutande che lavora come barista in diversi locali di Los Angeles (o una città simile), un arrivista ed un piccolo criminale che si arrangia racimolando soldi a destra e a manca con alcuni delitti di poco conto.
Fin qui tutto bene.
La trama purtroppo perde di consistenza dopo le prime 20 pagine, il protagonista è messo continuamente di fronte alla scelta “farlo o non farlo?!” ed ovviamente, manco a dirlo, prende sempre la strada del Male.
Sceneggiato peggio del prequel di Guerre Stellari, con personaggi di uno spessore che al confronto Topolino sembra uscito da “La vita è sogno” , situazioni talmente ripetitive da farci sembrare un libro di Moccia come un incredibile avventura ricca di colpi di scena.
Libro da spessore per un tavolino traballante.



La mia parte l’ho fatta.

Per la poca carità cristiana che batte nel mio piccole cuore rattrappito non passo la catena a nessuno ma se qualcuno se la sentisse di commentare con le proprie opinioni qualche libro in suo possesso non sarebbe male altrimenti, oh, ci abbiamo provato!

A presto gentlemen e dite anche voi no alle catene di Sant’Antonio.
Uniti possiamo farcela.

Wrote in citazioni, mondo di internet
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Le mimose puzzano

mercoledì, 07 marzo 2007, 23:50

[...] l’uomo, quando si è stufato di vivere con quelli di casa, se ne va fuori e pone fine alla nausea che ha in cuore, recandosi da un amico o da un coetaneo. Noi invece siamo obbligate a guardare a un’unica persona. Dicono che noi trascorriamo la vita senza rischi in casa, mentre loro combattono con la lancia, ma si sbagliano: vorrei essere schierata in battaglia tre volte, piuttosto che partorire una sola volta! [...]
Euripide, Medea



1.200 a.C. circa
Elena



I secolo a. C.
Cleopatra



XIII secolo d.C.
Beatrice Portinari



XIII-XIV secolo e seguenti
Isotta dalle bianche mani



XV secolo
Jeanne d'Arc




XVIII - XIX secolo
Marianne



XIX secolo
Vittoria
Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, Imperatrice d'India